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  • Diario di bordo della notte di San Silvestro, tra gelo e speranze al fianco del sindaco di Isernia


    Notte di San Silvestro.
In televisione il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha appena concluso il suo discorso di fine anno. Poi il nulla: concerti senz’anima, brindisi telecomandati, sorrisi di plastica, musica in playback. Una festa che scorre via liscia, distante, mentre fuori, lontano dagli studi televisivi, c’è chi resiste davvero.
    Sono le 21.30.
Fuori l’aria è gelida, le temperature sono già sotto lo zero. Prendo il telefono e chiamo Gaetano. Poche parole, senza bisogno di spiegazioni:
«Andiamo da Piero».
Piero Castrataro, sindaco di Isernia, che da giorni vive in una tenda davanti all’ospedale “Veneziale”, per denunciare lo smantellamento della sanità pubblica.
La risposta arriva immediata:
«Arrivo».


    Carico in macchina una confezione di ostie. Passo a prendere Gaetano, che mi aspetta infreddolito sotto casa. Salta su, chiudiamo le portiere, partiamo.
Destinazione: Isernia.
    Sul viadotto Verrino il termometro segna -4 gradi. A Montagna scende a -6. La strada è vuota, spettrale. È la notte dei cenoni, delle tavole imbandite, dei balli fino all’alba. Ma è anche la notte in cui qualcuno sceglie di stare dove fa più freddo, per ricordare che senza sanità pubblica non c’è festa che tenga.
    Parliamo, discutiamo. Il pensiero corre alla progressiva desertificazione sanitaria di un’intera provincia, strangolata da scelte politiche precise. Il nuovo POS 2025–2027 non è un documento tecnico neutro: è una linea di confine. Da una parte il diritto alla cura, dall’altra il mercato. E il Molise, ancora una volta, rischia di restare dalla parte sbagliata.


    Pensiamo a Piero. Un sindaco che non ha delegato, non ha aspettato, non si è nascosto dietro comunicati o promesse da marinaio. Ha scelto la strada più dura: metterci il corpo. Perché se chiude un ospedale non è una statistica a soffrire, ma le persone. È il rischio concreto di non nascere più a Isernia, di non curare un infarto in tempo, di dover percorrere chilometri mentre il tempo decide la vita o la morte.


    A Staffoli siamo a -7 gradi. Poco dopo tocchiamo i -10.
Superiamo Carovilli, poi Pescolanciano. Il discorso si fa inevitabilmente politico. Ci chiediamo se qualcuno, tra i rappresentanti regionali della maggioranza Roberti, soprattutto quelli eletti in provincia di Isernia, abbia avuto il coraggio di stare al fianco del sindaco.
La risposta arriverà più tardi, secca, senza giri di parole, dall’addetto stampa Sabrina Pacitti: «Nessuno». Tranne quelli della minoranza, tra cui l’agnonese, Andrea Greco.

    Alle 22.30 siamo davanti al Veneziale.
Un’ambulanza entra al Pronto Soccorso. Due operatori aiutano alcune persone a scendere. Scene normali, ordinarie, che però gridano una verità semplice: un ospedale serve quando serve, non quando conviene.
    Alle 23.00 arriva Piero.
Trascorrerà anche questa notte, la notte di San Silvestro, nella tenda, sotto zero. Ci avviciniamo, lo salutiamo. Lui ci accoglie con un sorriso stanco ma autentico.
«Grazie per essere venuti».
    Gli porgiamo le ostie e un cornetto portafortuna, comprato a Napoli.
Gaetano, con il cappuccio tirato su fino agli occhi, gli dice:
«È di buon auspicio». Piero annuisce, sorride ancora.
    Arriva altra gente. Ci si stringe, si parla. Del Veneziale, certo, ma anche del Caracciolo di Agnone, che vive una situazione ancora più drammatica.
Piero è fermo, deciso: «Non mollo. Questa è una battaglia giusta». Respinge con calma provocazioni e strumentalizzazioni. Qui non c’è spettacolo, c’è difesa della sanità pubblica di oltre 80mila cittadini.


    Qualcuno porta una bottiglia di spumante. È San Silvestro, anche se fa -2 gradi.
Piero saluta tutti con rispetto e affetto. Si concede alle foto, soprattutto con chi è arrivato da Lucito, Fornelli, Macchia d’Isernia, Pozzilli.
Accanto alla tenda, un piccolo falò improvvisato tenta di scaldare la notte. Poche fiamme, come la luce dell’insegna del Veneziale, accesa solo a metà. Un simbolo fin troppo chiaro di ciò che rischia di diventare la sanità pubblica se nessuno alza la voce.

    È quasi mezzanotte.
Bicchieri di plastica, un brindisi sobrio, sincero. Non si brinda al nuovo anno in astratto, ma alla speranza di non perdere ciò che resta.
Nel cielo esplodono i fuochi, colori e rumori che sembrano lontanissimi da questa piccola, grande resistenza civile.
    Abbracciamo Piero.
«Tieni duro», gli diciamo sottovoce. «Non sei solo».
    Ripartiamo.
La strada ci riporta verso Agnone, verso un altro ospedale che sta morendo lentamente, nel silenzio generale. A Staffoli la temperatura segna sempre -10. A Colle Mingone si intravede Agnone.

    In macchina cala il silenzio. Poi ci guardiamo.
«Buon anno, Gaetà».
«Buon anno, Maurì». Chissà se sarà davvero un buon anno. Ma una cosa è certa: questa notte, qualcuno ha scelto di non voltarsi dall’altra parte.

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