Non è prevista alcuna celebrazione ufficiale, questa mattina, all’imbocco del viadotto “Longo”, meglio noto come ponte Sente, nonostante cada esattamente oggi l’ottavo anniversario dalla sua chiusura al traffico. Correva l’anno 2018 e l’allora presidente della Provincia di Isernia, Lorenzo Coia, si assunse la responsabilità politica di chiudere al traffico la più importante arteria di collegamento viario tra l’Alto Molise e l’Alto Vastese.

Un ponte, tra i più grandi d’Europa, che collegava due regioni, l’Abruzzo e il Molise, e due province, quella di Isernia e quella di Chieti, venne chiuso al traffico per un «imminente rischio crollo», certificato dall’ingegnere Umberto Di Cristinzi, che per fortuna non si è mai verificato. Oggi sono esattamente otto anni che quella infrastruttura è interdetta al traffico veicolare e pedonale, transennata con pesanti barriere in cemento per impedire qualsiasi intrusione non autorizzata. L’inno nazionale alla inefficienza e inefficacia delle istituzioni.

«A seguito del crollo del viadotto Morandi di Genova e del sisma della seconda metà del mese di agosto ultimo scorso – si legge nell’ordinanza del settembre 2018 siglata dall’allora responsabile del settore viabilità e trasporti della Provincia pentra, il geometra Lorenzo Di Iacovo, che nel frattempo è andato in pensione – da parte del Prefetto di Isernia è stata indetta una riunione allargata a tutte le istituzioni ed ai Comuni per un’analisi dello stato delle infrastrutture viarie, dighe ed edifici della Provincia di Isernia. In data 28 agosto sono state effettuate, con l’ausilio di by-bridge, ispezioni visive accurate al viadotto Sente le cui risultanze sono contenute nella relazione a firma dell’ingegnere Di Cristinzi». Una mera “ispezione visiva”, dunque, non mediante apparecchiature in grado di effettuare misurazioni e rilevamenti; quindi a occhio un tecnico ha deciso che quel ponte fosse ad «imminente rischio crollo».

Come se un medico diagnosticasse una patologia grave e letale senza accertamenti diagnostici, ma esclusivamente osservando visivamente il paziente. Dalle risultanze di quella relazione tecnica, ma fatta ad occhio, solo visivamente appunto, senza misurazioni, è emersa la «estrema pericolosità determinatasi», così come si legge nella citata ordinanza di chiusura al traffico. Tre furono i fattori, «tutti conseguenti la ridotta dimensione residua dell’appoggio delle travi sui pilastri 2, 3 e 4, ed in particolare rotazione e traslazione della pila numero 3»: «causa le elevate pressioni di contatto è probabile la formazione di un nucleo di distacco o sulla sella gerber o sul baggiolo già parzialmente frantumato con conseguente perdita di appoggio; attesa la significativa altezza delle pile e la lunghezza delle campate, in caso di sisma anche di non elevata intensità, spostamenti non in fase delle testepile e del terreno di base possono causare perdita di appoggio e crollo dell’impalcato; in caso di riattivazione dei movimenti franosi una pur modesta traslazione della pila a sostegno della quarta e quinta campata, provocherebbe parimenti una perdita di appoggio e crollo dell’impalcato».

Sulla base di queste considerazioni, non tecniche e misurabili, ma ipotetiche, aleatorie, delle mere ipotesi, la Provincia decise di chiudere al traffico quel ponte, esattamente alle ore 13 del 18 settembre 2018. C’era una manipolo di persone, quella mattina, all’imbocco del viadotto lato abruzzese, mentre i cantonieri della Provincia installavano le barriere per chiudere al traffico il ponte. Otto anni dopo non ci sarà probabilmente nessuno, perché si è persa anche la voglia di lottare contro la pachidermica burocrazia che sta trascinando nella farsa una questione che attiene invece ai diritti di un intero territorio. Quel ponte che resta chiuso ha fatto tanti danni: ha tranciato rapporti commerciali, economici, culturali e sociali tra due comunità sorelle che vivono al di qua e al di là di una linea di confine amministrativo tracciata a tavolino.

Belmonte del Sannio ha pagato il prezzo più alto, con una mezza dozzina di attività commerciali che si reggevano sulla clientela dall’Abruzzo e da Castiglione Messer Marino in particolare e che sono state costrette ad abbassare la serranda. Sono i costi sociali, economici e anche culturali di una ordinanza di chiusura al traffico di cui nessuno, ovviamente, risponderà mai, nemmeno politicamente. Intanto gli “eterni” lavori di messa in sicurezza vanno avanti, sia pure a rilento e a singhiozzo, anche se il primo finanziamento è ormai esaurito e mancano all’appello almeno altri nove o dieci milioni di euro.
Francesco Bottone