«Per troppo tempo abbiamo guardato allo spopolamento dei territori come a un fenomeno inevitabile. Come se la montagna, i piccoli Comuni, le aree interne e rurali fossero condannati a perdere abitanti, servizi, imprese e futuro. E come se l’unica risposta possibile fosse accompagnare, con qualche misura compensativa, un declino già scritto. Forse è arrivato il momento di cambiare domanda. Non dobbiamo chiederci soltanto come fermare chi parte. Dobbiamo chiederci perché una persona dovrebbe poter scegliere di restare. O di tornare. O, semplicemente, di venire a vivere in un territorio diverso dalle grandi città».

È questa l’idea del “Right to Stay”, il diritto di restare, al centro del documento congiunto di AICCRE e UNCEM elaborato nel confronto sulla futura strategia europea. E di queste tematiche abbiamo parlato con il sindaco di Capracotta e presidente dell’Uncem Molise, Candido Paglione.

«Un’idea semplice, ma tutt’altro che scontata: la libertà di movimento, che è uno dei pilastri dell’Europa, deve essere accompagnata dalla possibilità concreta di scegliere dove vivere, lavorare e costruire il proprio futuro» spiega il sindaco di montagna. «Perché se in un territorio chiude la scuola, il medico diventa sempre più lontano, i trasporti si riducono, la connessione non è adeguata, trovare un lavoro diventa difficile, allora partire rischia di non essere più una scelta davvero libera. Diventa una necessità. – aggiunge Paglione – Ecco perché il diritto di restare non è una politica “contro lo spopolamento”. È qualcosa di più ambizioso: una politica per la libertà delle persone e per l’attrattività dei territori. La questione riguarda direttamente l’Europa. Le montagne, le aree rurali, i piccoli Comuni e le zone periferiche non sono margini da assistere. Sono luoghi nei quali si producono beni e servizi essenziali per tutti: acqua, energia, cibo, biodiversità, boschi, paesaggio, prevenzione del dissesto. Sono territori che contribuiscono alla qualità ambientale e alla sicurezza di tutti, anche di coloro che vivono nelle aree più popolose. Ma per continuare a svolgere questa funzione devono poter restare abitati. Non basta dire che vogliamo salvare i territori. Bisogna creare le condizioni perché qualcuno scelga di viverci. – insiste il presidente Uncem – Significa innanzitutto garantire servizi essenziali: sanità, scuola, mobilità, connessioni digitali, servizi postali, bancari e amministrativi.

Non possiamo parlare seriamente di diritto di restare se continuiamo ad accettare la precarietà cronica della nostra rete stradale, se interi territori devono convivere per anni con infrastrutture da sistemare, manutenzioni rinviate, ponti chiusi, collegamenti fragili e tempi di percorrenza incompatibili con la vita quotidiana delle persone e con le esigenze delle imprese. La viabilità non è una questione soltanto infrastrutturale. È una questione di cittadinanza, di sicurezza, di competitività e di uguaglianza territoriale. E lo stesso vale per la ferrovia. Per le aree interne e montane del Molise non è più rinviabile una politica della mobilità che ci consenta di superare l’isolamento. Dobbiamo porci un obiettivo chiaro: consentire che dal nostro capoluogo di Provincia, Isernia, sia possibile raggiungere in non più di un’ora la prima stazione ferroviaria dell’Alta Velocità. Non è una richiesta di privilegio. È una condizione minima per essere davvero dentro il Paese e dentro l’Europa. Perché la distanza non si misura soltanto in chilometri. Si misura in tempo, opportunità e possibilità. Se per raggiungere un’università, un grande ospedale, un luogo di lavoro, un aeroporto o una rete ferroviaria nazionale occorrono tempi eccessivi e collegamenti incerti, la libertà di scegliere dove vivere si restringe. Ma il diritto di restare passa anche dalla sanità di prossimità. Non chiediamo un grande ospedale in ogni territorio, né un mega centro specialistico. Chiediamo una cosa molto più semplice e concreta: un ospedale di area disagiata, capace di garantire alle persone che vivono nel Molise altissimo una prima risposta sanitaria, di mettere in sicurezza la propria vita nelle condizioni di emergenza e, quando necessario, di stabilizzarla e trasferirla rapidamente verso l’ospedale più vicino adeguatamente attrezzato. Attorno a questo presidio deve esserci poi una vera rete territoriale: il medico di medicina generale, il servizio di continuità assistenziale, l’assistenza domiciliare e i servizi sanitari di prossimità. È questa la sanità che serve a chi vive lontano dai grandi centri: non una sanità di serie B, ma una sanità organizzata in modo diverso, capace di tenere conto delle distanze, dell’età della popolazione, della viabilità e delle caratteristiche dei territori».

Temi e istanze che Paglione propone al dibattito pubblico da decenni, sempre inascoltato dalla classe politica regionale e soprattutto nazionale. «Lo stesso principio vale per la scuola. – riprende il sindaco di Capracotta – Non possiamo misurare il diritto all’istruzione soltanto sulla base dei numeri e delle economie di scala. Anche il più piccolo plesso scolastico può rappresentare una condizione essenziale per tenere in vita una comunità. Per un bambino, poter frequentare la scuola nel proprio territorio significa avere il diritto di crescere vicino alla propria famiglia e alla propria comunità. Per un paese, significa mantenere una presenza, una relazione, un futuro. Servizi sanitari e scuola, dunque, non sono semplicemente voci di bilancio. Sono infrastrutture sociali del territorio, esattamente come lo sono una strada, una ferrovia o una connessione digitale. Significa anche sperimentare nuovi modelli, dalla telemedicina alle scuole innovative, dalla mobilità di prossimità al recupero del patrimonio abitativo inutilizzato. Significa poi riconoscere che il lavoro sta cambiando. Il lavoro a distanza rende possibile ciò che fino a pochi anni fa sembrava impensabile: vivere in un piccolo Comune e lavorare per un’impresa lontana. Ma per trasformare questa possibilità in una vera opportunità servono coworking, servizi, connessioni veloci e la banda ultralarga è oggi un’opportunità per molti dei nostri territori, spazi per l’innovazione, formazione, incubatori, reti professionali e comunità capaci di accogliere nuovi residenti. L’obiettivo non è tanto quello di portare turisti nei territori fragili, ma persone che possano costruirvi un pezzo della propria vita. – insiste il primo cittadino – È qui che la parola “attrattività” assume un significato nuovo. Non significa fare concorrenza alle città con qualche evento in più o con una promozione turistica più efficace. Significa costruire un ecosistema territoriale nel quale una famiglia possa immaginare di crescere i propri figli, un giovane possa trovare un lavoro, un’impresa possa investire, un professionista possa trasferirsi, un anziano possa continuare a vivere nella propria comunità. E significa anche riconoscere il valore economico e sociale di chi mantiene vivo un territorio. Se una comunità presidia una montagna, cura un bosco, mantiene un paesaggio, contribuisce alla gestione dell’acqua e alla prevenzione del rischio idrogeologico, sta producendo un valore che va ben oltre i propri confini comunali».

Il documento AICCRE-UNCEM propone per questo di rafforzare il riconoscimento e la remunerazione dei servizi ecosistemici, collegando in modo più stretto sostenibilità ambientale e sostenibilità demografica. «C’è poi un altro nodo, meno visibile ma decisivo: la capacità amministrativa. – va avanti Paglione nella sua analisi – Chiediamo ai piccoli Comuni di progettare, innovare, intercettare fondi europei, gestire transizioni digitali ed energetiche, costruire reti territoriali. Ma spesso lo fanno con pochi dipendenti e risorse tecniche limitate, dentro procedure pensate per amministrazioni molto più grandi. Se vogliamo che il diritto di restare diventi una politica concreta, dobbiamo mettere le istituzioni locali nelle condizioni di attuarla. Anche attraverso Unioni di Comuni, nuove Comunità montane e altre aggregazioni territoriali, con accesso più diretto alle risorse europee. Il punto, allora, non è promettere che tutti resteranno. Nessuna politica seria può impedire alle persone di partire, né dovrebbe farlo. La mobilità è una libertà e continuerà a esserlo. Il punto è un altro: fare in modo che andare via sia una scelta e non una costrizione. È questa la sfida che proponiamo all’Europa con il Right to Stay. Portare questo principio dentro la futura Politica di Coesione e nel prossimo quadro finanziario europeo 2028-2034; sperimentare “regioni pilota” del diritto di restare; sostenere la mobilità dei talenti, i piccoli Comuni, gli Smart Villages, i servizi essenziali, le politiche fiscali per i territori più fragili; introdurre una vera valutazione dell’impatto territoriale delle politiche europee. È una prospettiva che riguarda l’Europa, ma che parte dai nostri paesi. – insiste Paglione – Parte dai sindaci che ogni giorno cercano di tenere aperto un plesso scolastico, garantire un servizio, accompagnare un’impresa, recuperare un’immobile, attrarre un giovane professionista. Parte dalle comunità che non vogliono essere considerate semplicemente “fragili”, ma che chiedono di poter contribuire al futuro del Paese e dell’Europa. Per questo il diritto di restare non è il diritto di rimanere immobili. È il diritto di avere una scelta. La vera misura del successo delle politiche territoriali, in fondo, non dovrebbe essere soltanto quante persone si spostano. Dovremmo chiederci quante persone possono finalmente dire: “Io qui voglio restare. E qui posso costruire il mio futuro».