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  • Coppa Italia, come Bartali nel ’48: l’Agnonese cerca l’impresa storica al ‘Lancellotta’ di Isernia

    Agnone prova a stringersi attorno a un pallone. Non per fuggire dalla realtà, ma per resisterle. Perché in certi luoghi il calcio non è mai soltanto calcio: è una tregua, una dichiarazione di esistenza, un modo antico e collettivo di dire “ci siamo ancora”.

    In queste settimane la cittadina altomolisana porta addosso ferite vere, scoperte sulla carne viva: l’angoscia per il futuro dell’ospedale ‘Caracciolo’, il viadotto ‘Sente–Longo’ che resta chiuso da otto anni come una porta sbarrata sul domani, l’acqua che manca e con essa la normalità. Problemi atavici, strutturali, che rischiano di scavare rassegnazione più che rabbia. Eppure, nel mezzo di tutto questo, arriva una partita di calcio capace di assumere un valore che va ben oltre i novanta minuti.

    Mercoledì 7 gennaio (ore 15), allo stadio ‘Lancellotta’di Isernia, l’Olympia Agnonese si gioca qualcosa che non ha mai toccato in 59 anni di storia: l’accesso alla finalissima di Coppa Italia regionale. Un traguardo che profuma di inedito e che, proprio per questo, accende l’immaginazione di un’intera comunità. Un po’ come accadde nel 1948 (fatte le dovute proporzioni), quando la vittoria di Gino Bartali al Tour de France aiutò l’Italia a respirare dopo l’attentato a Palmiro Togliatti: anche allora lo sport seppe caricarsi sulle spalle un peso che non gli apparteneva, ma che seppe sostenere.

    Il derby con la San Leucio Isernia è di quelli che non hanno bisogno di presentazioni. L’andata ha sorriso ai granata grazie alla zampata di Cardoso, vice cannoniere del girone con 17 reti stagionali, e ora alla squadra del presidente Mario Russo basterà non perdere. Ma Agnone sa bene che nulla arriva senza sofferenza, soprattutto quando di fronte c’è un avversario attrezzato, orgoglioso, pronto a ribaltare tutto.

    Dentro questa semifinale c’è anche il fascino delle storie che si incrociano. Sulle panchine siedono due ex, due tecnici emergenti del panorama molisano che si conoscono bene: Domenico Farrocco, oggi alla guida dell’Olympia dopo aver allenato l’Isernia nella scorsa stagione, e Marco Palazzo, che con i colori granata ha vissuto esperienze importanti tra Serie D e settore giovanile. Uomini prima che allenatori, chiamati a misurarsi con il proprio passato mentre il presente chiede lucidità e coraggio.

    Novanta minuti che scaldano le piazze, che riempiono i bar, che tornano a far parlare di calcio con la voce incrinata dall’emozione. Il popolo del Grifo lo sa: dopo anni di anonimato, dopo la dolorosa retrocessione dalla quarta serie, questa partita rappresenta una possibile rivalsa. Non solo sportiva, ma profondamente sociale. È la possibilità di ritrovarsi, di sentirsi comunità, di riconoscersi in undici maglie granata guidate da capitan Brunetti.

    Non sarà facile, perché l’Isernia ha mezzi e uomini per vendere cara la pelle. Ma proprio per questo il significato dell’impresa, se dovesse arrivare, sarebbe ancora più profondo. L’Agnonese resta in corsa anche per il vertice della regular season, e la Coppa Italia potrebbe diventare una porta girevole verso la serie D. Ma, prima ancora delle categorie, conta il messaggio.

    Ad Agnone, almeno per una giornata, il calcio offre la possibilità di dimenticare – o forse di ricordare meglio – chi è stata e chi vuole continuare a essere. Una comunità ferita, sì, ma non piegata. Una città che, mentre tutto sembra mancare, trova ancora la forza di credere in una partita. E di giocarla fino al triplice fischio.

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