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  • Di Pilla: “Vi spiego come si fa ripartire la sanità pubblica nelle aree interne”

    Tra le personalità impegnate nella battaglia per il rilancio della sanità alto-molisana un ruolo particolare lo sta svolgendo Giovanni Di Pilla, che ha intrapreso la carriera politica nel PCI, quando i partiti erano contemporaneamente strumenti di partecipazione democratica ma anche formidabili macchine di formazione e selezione della classe dirigente, ricoprendo per due volte il ruolo di consigliere regionale.

    Anche allora uno dei suoi campi di interesse preminenti era la sanità.

    Certamente, ho maturato una significativa esperienza come amministratore dell’ente ospedaliero di Isernia e poi nei comitati di gestione delle Usl.“.

    Un’esperienza preziosa per la sua “seconda vita” di manager sanitario, coronata a Tivoli con la direzione della Asl Roma G, una delle più grandi del Lazio ma iniziata con l’impegno profuso in quello che a giudizio unanime è stato il momento più felice dell’ospedale di Agnone.

    Sono stato direttore generale della Asl Alto Molise dal 2000 al 2005: una esperienza entusiasmante. La prima operazione è stato il completamento e la ristrutturazione dell’ospedale, che versava in condizioni fatiscenti. Abbiamo realizzato i bagni in tutte le camere, dato una sede al pronto soccorso, ristrutturato le cucine, individuato i percorsi, istituito il servizio di reumatologia e numerose attività specialistiche ambulatoriali. E’ stata acquistata e messa in funzione la Tac. Si è prestata la giusta attenzione al territorio con la realizzazione degli ambulatori infermieristici e l’avvio, tra i primi in Italia, della assistenza domiciliare. Abbiamo realizzato la Rsa di Castel del Giudice. Eravamo la Usl con la spesa farmaceutica pro-capite più bassa d’Italia. In quegli anni l’ospedale ha trovato un nome, con la  intitolazione a San Francesco Caracciolo, un religioso vicinissimo a Agnone ed impegnato nella pubblica assistenza“.

    Come si configurava l’ospedale?

    Come un ospedale periferico nel quale erano garantite tutte le attività di base soddisfacendo le esigenze della popolazione locale per l’80%  e generando una importante mobilità attiva regionale ed extra-regionale. Servizi di base ma fatti in eccellenza ed appropriatezza”.

    Quanto costava questa macchina così ben congegnata?

    Intorno al 5% del fondo sanitario regionale, circa 20 milioni di euro. In proporzione alla popolazione meno di quanto  sarebbe spettato per quota capitaria all’area geografica di riferimento.

    I suoi principali collaboratori?

    Mi hanno sempre affiancato, anche nella esperienza laziale, due validissimi professionisti, Fulvio Manfredi Selvaggi come direttore sanitario e Mimmo Carano come direttore amministrativo. Uno staff di eccellenza”.

    Un grande lavoro vanificato da quello che è successo dopo l’istituzione della Usl unica , il commissariamento della sanità regionale ed i tagli operati negli anni. Sono passati solo quindici anni eppure sembra un’epoca remota.

    Non ho condiviso l’idea della Usl unica. Se l’idea era quella di risparmiare i numeri dimostrano il contrario. I territori piccoli e deboli sono rimasti isolati, abbandonati. Ci sono stati tagli senza riconversione, senza affrontare temi cruciali come quello della riabilitazione, lasciata completamente nelle mani dei privati”.

    La sanità invece è importantissima per le zone interne.

    Certamente è una assoluta priorità garantire a tutti i cittadini i servizi di urgenza ed emergenza, rassicurare gli anziani a rischio di isolamento ma anche fornire ai giovani le condizioni minime per continuare a vivere  e costruire il proprio futuro in un territorio.  Contro la perdita di popolazione vanno implementati i servizi. Ritengo che la modernizzazione delle telecomunicazioni con la realizzazione della banda larga sia un fattore decisivo sia per lo sviluppo economico e sociale che per la sanità, rendendo possibili la telemedicina, il telesoccorso, il monitoraggio domiciliare dei pazienti cronici e fragili. Più in generale sarebbe decisiva l’istituzione di una fiscalità di vantaggio”.

    E’ possibile un rilancio della sanità nelle aree interne?

    Va ripresa l’idea di destinare ai territori una quota del bilancio regionale che non metta in crisi il sistema ma permetta di fornire servizi essenziali nelle aree disagiate. Vanno realizzati  interventi che servano davvero.  E’necessario ripristinare la funzionalità dell’ospedale di Agnone come presidio di area disagiata e marginale della regione, assieme ad un deciso rilancio delle attività territoriali e consultoriali. E’ fondamentale che la quota destinata a tale area, pari al 5% del fondo sanitario regionale, sia gestita in autonomia da un commissario/dirigente in considerazione della specificità di un territorio a rischio di estinzione”.

    Con quali costi?

    Penso che con 23-24 milioni di euro, a fronte di un bilancio regionale di oltre 600 milioni, sarebbe possibile riportare la sanità dell’alto Molise a ottimi livelli di appropriatezza fornendo ai residenti la sicurezza e tranquillità che hanno perso”.

    Un problema serio è rappresentato dalla carenza di medici.

    Nella regione Molise troppi professionisti sono stati incentivati ad andare via, sia con la rottamazione sia non garantendone le professionalità. Non c’è stata nessuna cura per il personale, mentre sarebbero state necessarie gratificazioni di carattere sia professionale che economico, mettendoli in condizione di fare i medici come si deve e convincendoli ad operare in un territorio difficile sotto tanti aspetti.  I medici bravi vanno scelti, coccolati, protetti. Questo vale sia per quelli che stanno fuori regione che per i più giovani  ma in ultima analisi anche per i pensionati che vanno considerati una preziosa risorsa, attualmente  costretta ad operare solo nelle strutture private, di fatto in concorrenza sleale con la sanità pubblica”.

    Però pochi medici vogliono venire a lavorare in Molise.

    “Il Molise di fatto è una regione in deroga. La situazione sanitaria è drammatica per il perpetuarsi di errori e mancate scelte sin dagli anni ‘80, aggravate dalla comparsa di due strutture private mastodontiche in rapporto alle dimensioni regionali, Neuromed e Cattolica. Il tutto accompagnato da una gestione sprecona, clientelare, incompetente e, spesso, illegittima ed illegale. Eppure il Molise, proprio per le sue piccole dimensioni, potrebbe trovare un ruolo nella sperimentazione di modelli innovativi, rendendo un favore anche alle altre regioni e giustificando in tal modo la propria esistenza”.

    La gestione dell’emergenza Covid19 mi sembra dimostri il contrario.

    C’era la possibilità di pianificare i controlli e mappare una popolazione che, proprio perchè limitata, poteva fungere da test nazionale. Invece l’emergenza Coronavirus è stata gestita in maniera pessima con un Commissario assente e inconcludente, senza misure adeguate, a cominciare dalla tempestiva attuazione di una politica del personale, il coinvolgimento e la definizione del ruolo dei medici di medicina generale e l’individuazione di un centro Covid. Ancora oggi non ci sono piani e progetti per un futuro che è già arrivato e rischia di travolgere un sistema impreparato anche a cogliere le opportunità e le risorse messe in campo dal governo“.

    Che fine faranno queste risorse?

    Senza piani , programmi, progetti ed un’oculata gestione rischiano di essere sprecate come è già accaduto ed è per questo che la Regione Molise è stata commissariata. Nel Lazio da me conosciuto nel 2005 una gestione dissennata senza bilanci approvati per anni il debito aveva superato dieci miliardi di euro con pessimi servizi. Solo con il commissariamento il piano di rientro si è superata la fase di emergenza e questa regione potrà ripartire da sola e senza debiti. A nessuno è consentito di sperperare denaro pubblico specialmente in sanità come si è fatto in Molise fino ad oggi senza garantire servizi efficienti ed adeguati“.

    Come mai questo impegno così appassionato per l’ospedale di Agnone e la sanità altomolisana?

    Ritengo doveroso fornire un contributo ad un territorio nel quale ho lavorato e dal quale non mi sono mai distaccato. Ci sono anche motivazioni affettive e familiari, perché mia moglie, la pediatra Pina Bontempo,  è  nativa di Pescopennataro, dove abbiamo vissuto tante  giornate felici; condividiamo insieme  l’amore per una terra che consideriamo tra le più belle d’Italia, a cominciare dalla città di Agnone”.

    di Italo Marinelli  

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