Il tribunale è senza corrente elettrica, da giorni e quindi tutte le udienze vengono rinviate. Tra queste anche il caso che riguarda il taglio, sventato all’ultimo momento, di un abete secolare nel bosco di Montecastelbarone, agro di Agnone. La vicenda risale a qualche anno fa e vide coinvolto direttamente, in difesa dell’albero appunto, il fotografo naturalista Dario Rapino.

L’abete, secondo le intenzioni di qualcuno, sarebbe dovuto finire in Vaticano, omaggio di Natale al papa regnante di allora, Bergoglio. Grazie all’intervento di Rapino il taglio non avvenne. L’epilogo della vicenda fu che lo stesso Rapino venne pesantemente insultato e addirittura minacciato, con dei commenti lasciati sui social. Da lì la denuncia per diffamazione. Una vicenda giudiziaria che si trascina da anni e che in questi giorni avrebbe dovuto vedere la fine, ma così non è stato.

Lo racconta lo stesso Dario Rapino. «A chi non avesse concretamente idea dello stato pietoso in cui è ridotta la giustizia in Italia, – spiega – racconto la mia insignificante esperienza personale. In questi giorni a Campobasso c’era l’ultima udienza dibattimentale del processo al leone da tastiera che mi diffamò on line. Due ore e rotte ad andare, due ore e rotte a tornare (Rapino vive a Lanciano, ndr). Sarà stata la nona, decima volta di questo avanti e indietro. Tutto questo tempo perché il più delle volte non si è tenuta udienza perché mancava un timbro o una virgola o perché l’imputato era indisposto. Giunto sul posto, sorpresa: il processo non si tiene. Motivo? Non c’è energia elettrica nel palazzo di giustizia. Vabbè, penso, può succedere l’imprevisto. Trasecolo quando un avvocato mi dice che la storia va avanti da giorni, senza che nessuno vi ponga rimedio. Udienze rinviate, cancellerie bloccate così come le procedure telematiche. Campobasso è capoluogo di regione, mica un tribunaletto di periferia. Ma pare che la cosa non interessi a nessuno, tranne che a me, fesso, che ho affidato la questione alla cosiddetta legge. La prossima volta – chiude Rapino – provvederò diversamente, come nelle civili società tribali».