Riccardo Milani torna a guardare alle aree interne d’Italia, quelle dimenticate dalle grandi narrazioni ma ricche di storie che meritano di essere raccontate. E stavolta il suo sguardo potrebbe posarsi sui piccoli ospedali di montagna, presidi di salute e di umanità che rischiano di scomparire sotto i colpi della razionalizzazione sanitaria. Il regista romano, che negli ultimi anni ha firmato due pellicole capaci di far riflettere il grande pubblico su temi scomodi – ‘Un mondo a parte’ (2024) e ‘La vita va così’ (2025) – è stato avvistato ieri ad Agnone, dove ha visitato l’ospedale cittadino accompagnato dal sindaco Daniele Saia.

Un sopralluogo discreto ma significativo, che alimenta un’ipotesi tanto affascinante quanto concreta: il nosocomio molisano potrebbe diventare il teatro del prossimo lavoro cinematografico di Milani. La firma di Milani è ormai garanzia di cinema civile che non rinuncia all’emozione. In ‘Un mondo a parte’, ambientato nel cuore dell’Abruzzo, aveva raccontato con sensibilità la storia di un maestro alle prese con una piccola scuola di montagna minacciata dalla denatalità, dove pochi alunni mettono in discussione il futuro stesso dell’istituto. Un tema universale – la desertificazione delle aree interne – raccontato attraverso volti, voci, relazioni umane. Con ‘La vita va così’, girato tra i paesaggi mozzafiato della Sardegna, Milani ha invece portato sullo schermo la vicenda vera del pastore Ovidio Marras, che ha impedito la costruzione di un resort di lusso rifiutandosi di vendere il suo terreno e intentando causa all’impresa edilizia. Una David contro Golia in salsa pastorale, un inno alla resistenza di chi difende la propria terra dalla cementificazione selvaggia che divora anche i luoghi più paradisiaci.

E ora potrebbe essere il turno dell’ospedale San Francesco Caracciolo di Agnone, emblema perfetto di quella sanità di prossimità che serve comunità sparse su territori vasti e impervi. Come le piccole scuole, come i pascoli minacciati dal cemento, anche i presidi ospedalieri delle aree disagiate rappresentano una battaglia identitaria: chiuderli significa condannare intere zone del Paese allo spopolamento definitivo. Il sopralluogo di ieri lascia intravedere un progetto ancora in fase embrionale ma coerente con il percorso autoriale di Milani: raccontare, attraverso una storia individuale – probabilmente quella di un medico, di un infermiere o di un paziente – la lotta per mantenere in vita un servizio essenziale che per qualcuno è solo una voce di bilancio da tagliare, ma per migliaia di persone rappresenta la differenza tra restare o andarsene. Per ora si tratta solo di ipotesi, suggestioni che potrebbero concretizzarsi nei prossimi mesi. Ma la presenza di Milani ad Agnone, il suo interesse per l’ospedale e la compagnia del primo cittadino durante il tour del borgo fanno pensare a qualcosa di più di una semplice visita turistica.

Se davvero il regista deciderà di girare in alto Molise, porterebbe sotto i riflettori nazionali una questione che riguarda decine di comunità montane in tutta Italia: il diritto alla salute non può essere a geometria variabile, e un ospedale chiuso in montagna vale quanto una metropolitana che non arriva in città. Agnone, intanto, trattiene il respiro e sogna di diventare set cinematografico. E di vedere la propria battaglia quotidiana trasformata in grande schermo.