Classe 1936, memoria lucidissima e una vita interamente consacrata al lavoro e alla famiglia. Nicola Labbate ci apre la porta del suo appartamento di via Saulino con un sorriso che dice tutto prima ancora delle parole. Ci accoglie come si faceva una volta: una stretta di mano sincera, un abbraccio caldo, il tempo che rallenta. È da qui che parte il nostro racconto, seduti attorno a un tavolo che profuma di dolci e ricordi. Al suo fianco c’è la moglie Bambina Ingratta, sposata il 14 febbraio 1965 nella chiesa di San Michele a Villacanale, sotto una nevicata fitta, quasi cinematografica, accompagnati con una Fiat 600 da un giovane Peppino D’Ottavio.

Nel salone di casa, in rigoroso silenzio, anche il figlio Germano, per tutti Gerri, oggi maestro pasticciere di fama, erede e insieme rivoluzionario di una tradizione familiare che attraversa i decenni e arriva intatta – ma rinnovata – fino ai nostri giorni. Il lavoro prima di tutto, al pari dell’amore per la famiglia: sono questi i cardini attorno ai quali ruota la vita di Nicola. Valori pronunciati senza enfasi, ma scolpiti nei fatti. La sua è una lunga cavalcata che parte dal dopoguerra, nel rione Maiella, dove “mancava tutto, tranne la voglia di fare”.
Un’Italia in ginocchio che si rialzava grazie al sacrificio di uomini come lui. «Noi non avevamo alternative: o lavoravi o restavi indietro», racconta Nicola con quella calma che appartiene solo a chi ha attraversato il tempo. Davanti al taccuino dell’intervistatore snocciola date, nomi, episodi con una precisione sorprendente. Agnone, nella sua narrazione, torna a essere una fucina di menti e braccia, ammirata e invidiata in tutta la regione per quel suo inconfondibile “saper fare”, soprattutto nell’artigianato. Nicola inizia giovanissimo come imbianchino: il primo lavoro è una cucina ritinteggiata, non ancora maggiorenne, per Camillo Galluccio, di fronte all’ex hotel Sammartino. Compenso: duemila lire.

«Mi sembravano una fortuna», sorride oggi. Gli aneddoti si susseguono, uno dopo l’altro, come pennellate su una tela. Dopo essersi affermato sulla piazza, lavora per il costruttore Vincenzo Carosella, che in via Saulino stava edificando una serie di palazzi. In uno di questi Nicola, insieme ad una squadra di suoi dipendenti, tinteggia diciotto appartamenti: in cambio ne ottiene uno. È lì che nascerà e crescerà la sua famiglia. Un baratto antico, fatto di fiducia e fatica. Il 1985 segna la svolta. Nicola rileva dal fratello Michele il bar pasticceria 2000, lungo corso Vittorio Emanuele. È una nuova sfida. Si reinventa pasticciere insieme a Bambina, giorno dopo giorno, notte dopo notte.
Abnegazione, cura maniacale delle lavorazioni, scelta rigorosa delle materie prime, ma soprattutto idee e visione. Il laboratorio dietro il bancone diventa il cuore pulsante dell’attività. È lì che si aggira un Germano undicenne, il più piccolo della famiglia dopo Annamaria e Massimiliano. Osserva, impara, assorbe. E dentro di sé matura già una promessa: superare il maestro, che poi è suo padre. Zeppole, ostie, mostaccioli, paste di altissima qualità. Ma la consacrazione arriva con la tina, dolce di cioccolato che fa conoscere il nome Labbate ben oltre i confini locali, fino all’Abruzzo e agli autogrill Sarni, da Pescara a Bari. Un successo clamoroso, allora impensabile. «In un solo anno per Sarni ne facemmo 2.500, vendute tutte in poche settimane», ricorda Nicola con gli occhi che si accendono.

«Capimmo di aver colpito nel segno: portare sulle tavole l’anfora agnonese trasformata in un dolce natalizio». Nel marzo 1995 arriva un altro sigillo: dopo la visita pastorale di Giovanni Paolo II ad Agnone, i dolci di Nicola varcano il Tevere e approdano in Vaticano. Il Pontefice li apprezza per originalità e bontà. È il coronamento di una vita di lavoro silenzioso. Intanto Germano cresce. Studia, sperimenta, investe. Nel 2015 rileva completamente l’attività del padre e si trasferisce in via Roma 33, sul corso principale di Agnone. Nasce un nuovo tempio della dolcezza, meta di golosi e amanti del bello. Il mercato è competitivo, la concorrenza agguerrita, ma Gerri ha idee chiare: qualità assoluta e identità forte. Eccelle anche nel gelato – memorabile la sua foresta nera – ma non si accontenta. Vuole creare un brand che parli di territorio e futuro. Si ribattezza Gerri, come lo chiamano da sempre gli amici. Poi, un giorno, nel casolare di famiglia sulle sponde del Verrino, luogo simbolo, si confronta con il padre. Gli racconta di un frutto autoctono. Nicola lo conosce bene: la mela zitella. Basta uno sguardo. L’idea è servita.

Nasce il panettone alla mela zitella. Lievito madre, territorio, memoria. Un’esplosione di gusto. «Non volevo imitare nessuno», spiega Gerri. «Volevo raccontare la nostra terra in un dolce che parlasse al mondo». Il successo è travolgente. Decisiva anche l’intuizione estetica della moglie Anna Cacciavillani, che firma una confezione elegante, riconoscibile, contemporanea. A dicembre, in via Roma, arrivano da ogni parte d’Italia con una richiesta precisa: sua maestà il panettone alla mela zitella. Il passaparola corre veloce, le riviste specializzate se ne occupano, gli addetti ai lavori osservano. Quel dolce dal cuore antico arriva persino in Giappone. Nicola guarda e approva. E con un filo di nostalgia, ma tanta fierezza, confida: «Io sono stato bravo, ma Gerri è di un altro spessore. Da bambino vedevo che aveva dentro una passione fuori dal comune per il bello, il buono, l’innovazione».
Tra una fetta di tina e una di panettone alla mela zitella, il racconto continua con Nicola che ci recita a memoria le poesie dialettali dell’amico poeta Valentino Nero. Nei suoi occhi c’è la calma di chi sa di aver fatto la propria parte: costruire, resistere, trasmettere. È la soddisfazione di un uomo che ha lavorato una vita intera e che oggi vede quell’impegno trasformarsi in continuità. L’arte, quando è vera, non si esaurisce: passa di mano, cambia forma, trova nuove strade. Oggi quella storia vive nelle mani di suo figlio, il maestro Gerri Labbate, che ha saputo raccogliere l’eredità portandola oltre. Con rispetto, visione e coraggio.