«Questa Regione si regge solo sulle poltrone che non vogliono lasciare quella quarantina di politici che sono più spesso politicanti, con qualche eccezione chiaramente». Tranciante la dichiarazione di Sergio Sammartino, docente di storia e filosofia e figlio del più noto senatore Sammartino, tra le personalità più eminenti della città delle campane. Il senatore Sammartino, che fu anche sottosegretario di Stato, è considerato il padre fondatore della Regione Molise, colui che ipotizzò e realizzò il distacco dall’Abruzzo per far nascere, appunto, una nuova entità regionale. In ballo non c’era nessuna rivendicazione identitaria, ma solo un calcolo di poltrone, tipicamente politico, rectius elettorale.

Una vicenda, targata Dc, che ha portato lustro, poltrone, potere, uffici e ramificazioni governative in un lembo di territorio che era precedentemente abruzzese. Perché con la creazione della inutile Regione Molise sono arrivate le poltrone in Consiglio e in Giunta regionale, ma anche tutti gli uffici collegati e correlati, previsti per il nuovo rango di regione appunto. Una pletora di dipendenti pubblici, stipendiati dalla politica e dalle istituzioni, che andrebbe in seria difficoltà se dovesse andare in porto l’auspicata riunificazione della provincia di Isernia all’Abruzzo.

La parte residuale del Molise, quella che orbita attorno al capoluogo regionale, non avrebbe più i numeri e perderebbe lo status di regione appunto. Forse per questo motivo, anzi, solo per questo motivo, per mantenere rendite di potere, poltrone e dorate indennità di carica, tutta la classe politica molisana sta difendendo una presunta identità molisana, tutta da dimostrare e che tra l’altro non verrebbe meno con un banale spostamento amministrativo.

Il professor Sammartino, figlio dell’illustre senatore, ha sin da subito sposato la causa del comitato popolare che chiede, a suon di firme raccolte, la riunificazione all’Abruzzo, almeno della provincia di Isernia. Lo stesso Sammartino ha raccolto le firme in piazza, ad Agnone, allestendo i banchetti del comitato promotore del referendum “unionista”. Cinquemila firme di molisani che non sarebbero meno molisani se la zona pentra tornasse, amministrativamente, sotto l’egida della Regione Abruzzo, gli Abruzzi di un tempo. «Mio padre, – ha spiegato ai microfoni dei cronisti il professor Sammartino – non ammetteva che era stato un errore staccarsi dall’Abruzzo, perché a quel tempo diceva, non a torto, si trattava di avere degli uffici vicini quando altrimenti i cittadini avrebbero dovuto raggiungere L’Aquila. Però lui sperava in una autonomia solo amministrativa, non politica. E poi, negli ultimi anni, diceva: beh, allora fu un bene staccarsi, ma adesso le cose sono cambiate e bisogna andare verso grandi aggregazioni. Quindi aveva l’elasticità mentale, quando era già prossimo ai novanta anni, per capire che la storia evolve e le cose cambiano. E quindi bisogna adeguarsi».

In merito all’obiezione secondo la quale la provincia di Isernia, in caso di riunificazione, potrebbe diventare la periferia dell’Abruzzo, il professor Sammartino non ha alcun tentennamento: «Questa mentalità è ostacolata da una visione ancora “molisista“, cioè si immaginano in Abruzzo, ma senza essere abruzzesi. Quando diventeremo una parte dell’Abruzzo saremo trattati come tutte le altre zone, non si capisce perché dovremmo essere discriminati. Certo è vero che più ci si vuol differenziare, più ci si espone alla discriminazione. Poi, essere la periferia del Molise, che è una non Regione disastrata, è peggio che essere la periferia di una regione più dinamica e più avanzata. Diceva un vecchio proverbio: meglio essere camerieri di un re che fratelli di un pezzente». Proprio nei giorni scorsi il Consiglio di Stato ha riaperto la partita, giudicando ammissibile il referendum proposto dal comitato per la riunificazione con l’Abruzzo. «Tutta la gente che è schifata e non va più a votare, dovrebbe capire che è la buona occasione per cambiare le cose e per superare sessanta anni di chiacchiere e di promesse inutili e probabilmente impossibili e quindi di andare avanti».
Francesco Bottone