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domenica 13 Settembre 2026
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11 Settembre, la storia della campana di Agnone a New York sul National Catholic Reporter

La storia della campana realizzata e fusa nella fonderia Marinelli, destinata al New York City Fire Museum per commemorare i soccorritori morti durante l'attentato alle Torri Gemelle, finisce sul National Catholic Reporter - https://www.ncronline.org/news/centuries-old-italian-foundry-casts-bell-911-firefighters-and-responders -, testata giornalistica statunitense…

La storia della campana realizzata e fusa nella fonderia Marinelli, destinata al New York City Fire Museum per commemorare i soccorritori morti durante l’attentato alle Torri Gemelle, finisce sul National Catholic Reporter – https://www.ncronline.org/news/centuries-old-italian-foundry-casts-bell-911-firefighters-and-responders, testata giornalistica statunitense fondata nel 1964 a Kansas City. Di seguito l’Eco online riporta l’articolo a firma del giornalista italiano Camillo Barone che vive e lavora a New York presso National Catholic Reporter.

In un’antica e buia officina, arroccata sugli Appennini dell’Italia meridionale, ci sono pochi segnali che lascino pensare all’arrivo della modernità.

Pesanti catene scendono dalle travi di legno. Stampi in argilla sono sistemati accanto ai forni in mattoni. Campane di diverse dimensioni affollano il pavimento: alcune ancora grezze e incomplete, altre già decorate con figure elaborate e iscrizioni. Nell’aria si mescolano polvere, metallo e l’odore della terra di un mestiere che, dal Medioevo, è cambiato davvero poco.

È qui, nella piccola cittadina molisana di Agnone, che gli artigiani della Pontificia Fonderia Marinelli hanno lavorato per mesi alla realizzazione di una campana destinata a un luogo distante oltre 6.500 chilometri: New York.

Realizzata a mano secondo tecniche tramandate di generazione in generazione, la campana in bronzo è stata inaugurata l’11 settembre al New York City Fire Museum, nel venticinquesimo anniversario degli attentati dell’11 settembre 2001.

La campana commemora non soltanto i vigili del fuoco morti quella mattina, ma anche gli agenti di polizia, il personale sanitario d’emergenza, gli operai edili e della nettezza urbana, i militari e tutti coloro che parteciparono alle operazioni di soccorso e recupero. Un ricordo che comprende anche quanti si sono ammalati negli anni successivi a causa del loro lavoro a Ground Zero.

Quel giorno morirono 343 vigili del fuoco dell’FDNY e almeno altri 69 tra agenti di polizia, paramedici e soccorritori, mentre correvano verso il World Trade Center da cui migliaia di persone stavano invece fuggendo.

E nei venticinque anni successivi il bilancio è continuato a crescere. Centinaia di altri soccorritori sono morti a causa di malattie legate all’esposizione a Ground Zero, compresi oltre 450 membri dell’FDNY. Centinaia di soccorritori e sopravvissuti convivono ancora oggi con tumori, patologie respiratorie e altre malattie riconducibili a quella esposizione.

Il New York City Fire Museum rende omaggio ai vigili del fuoco nella sua galleria dedicata all’11 settembre, dove sono conservate fotografie dei pompieri morti negli attentati, manifesti originali delle persone scomparse, reperti utilizzati durante i soccorsi e l’uniforme del cappellano dei vigili del fuoco, il francescano padre Mychal Judge.

Mancava però un unico memoriale dedicato a quanti si sono ammalati e sono morti negli anni successivi, dopo aver prestato servizio a Ground Zero.

Dominick R. DeRubbio, direttore esecutivo del museo, sentiva che fosse necessario fare qualcosa in più, rendendo omaggio anche a coloro che hanno perso la vita nei mesi e negli anni successivi.

Così è nato il viaggio della campana verso New York: da un’idea profondamente personale.

«Prego in questa stanza ogni giorno», ha raccontato DeRubbio al National Catholic Reporter. «Recito il Padre Nostro. Parlo con mio zio. Parlo con i membri del dipartimento ricordati in questo memoriale».

Per DeRubbio, quella stanza rappresenta anche uno spazio familiare.

Suo padre, Dominick A. DeRubbio, è un ex comandante di battaglione dell’FDNY, intervenuto l’11 settembre e sopravvissuto. Suo zio David DeRubbio, della Engine 226 di Brooklyn, morì invece nella Torre Sud. In totale, quattro membri della famiglia DeRubbio — suo padre e tre zii — hanno prestato servizio nel dipartimento.

Nel 2001 DeRubbio frequentava ancora il liceo. In seguito ha studiato gestione delle emergenze e scienze antincendio al John Jay College, conseguendo laurea e master, prima di costruire la propria carriera nel settore della sicurezza e della gestione delle emergenze. È entrato nel consiglio del Fire Museum nel 2022 e ne è diventato direttore esecutivo nel 2025.

«L’FDNY è sempre stato qualcosa di molto speciale per me», ha spiegato. «Era una famiglia».

Da New York ad Agnone

Poco dopo aver assunto la guida del museo, DeRubbio ha iniziato a pensare a un modo per ricordare non solo le persone morte l’11 settembre, ma anche i vigili del fuoco e i soccorritori che si sono ammalati negli anni successivi.

Una ricerca su Google lo ha portato a oltre 6.500 chilometri di distanza, ad Agnone: una cittadina dall’aspetto medievale, situata sugli Appennini dell’Italia centrale, in Molise, dove la lavorazione dei metalli affonda le sue radici da oltre un millennio.

All’interno della Pontificia Fonderia Marinelli, la realizzazione di una campana ha ben poco in comune con la moderna produzione industriale.

Le officine sembrano sospese in un’altra epoca. Grandi travi di legno attraversano ambienti poco illuminati. Catene e carrucole pendono dall’alto. Campane in diverse fasi di lavorazione si trovano accanto a forni in mattoni, antichi attrezzi in ferro, stampi, rilievi scolpiti e tavoli pieni di disegni e forme in gesso.

Argilla, cera, mattoni, bronzo e fuoco restano ancora oggi al centro del lavoro.

«Facciamo un lavoro manuale che veniva già svolto mille anni fa», ha raccontato Pasquale Marinelli, che guida la fonderia insieme al fratello Armando. «Ancora oggi lavoriamo senza utilizzare alcun tipo di energia elettrica».

Per realizzare una campana, ha spiegato Marinelli, occorrono circa quattro mesi.

Un ritmo lento e accurato che ha attraversato le generazioni, in un mondo sempre più organizzato intorno alla velocità. Marinelli definisce il metodo della fonderia quasi «controculturale»: un sapere tramandato all’interno della famiglia e affidato alle mani degli artigiani, che continuano a compiere molte delle stesse operazioni di secoli fa.

Secondo Silvana Di Toro, componente di una cooperativa locale che promuove il patrimonio culturale di Agnone, nel Medioevo e nel Rinascimento la cittadina contava circa 200 botteghe artigiane, di cui 170 dedicate alla lavorazione del rame e nove fonderie di campane.

La famiglia Marinelli è legata all’arte campanaria fin dal Medioevo. Le sue campane venivano già firmate da un fonditore Marinelli nel XIV secolo e la tradizione documentata della famiglia attraversa molti secoli.

La fonderia ottenne il diritto di utilizzare lo stemma pontificio sotto Papa Pio XI, poco più di cento anni fa.

«Oggi la Fonderia Marinelli è tra le tre più antiche aziende familiari al mondo ancora in attività», ha affermato Di Toro.

L’email da New York e la nascita del progetto

Alla fine del 2025, un’email partita da New York raggiunse l’antica officina di Agnone.

DeRubbio spiegò di voler, usando le parole di Marinelli, «fermare il tempo» attraverso una campana. Un modo per commemorare vigili del fuoco, agenti di polizia, personale sanitario d’emergenza, militari, operai edili e della nettezza urbana e tutti coloro che contribuirono a salvare i sopravvissuti, cercare i dispersi e recuperare le vittime.

DeRubbio era però irremovibile su un punto: il memoriale non doveva appartenere soltanto all’FDNY.

«Durante tutto il percorso ci siamo chiesti: questa deve essere una campana dedicata solo all’FDNY?», ha ricordato. «E io ho detto che, nei giorni, nelle settimane, nei mesi e negli anni successivi all’11 settembre, furono tante le agenzie e i soccorritori che cercarono mio zio e i suoi resti, così come quelli degli altri membri dell’FDNY».

«Per me — ha aggiunto — doveva essere un memoriale capace di unire».

Il progetto è stato sviluppato attraverso videochiamate, fotografie e bozzetti scambiati tra New York e Agnone. Il museo ha inviato immagini di Ground Zero e delle sue macerie come fonte di ispirazione.

Nella fonderia, la nota artista Stefania Forte e gli artigiani Marinelli hanno trasformato quelle fotografie in figure modellate a mano nell’argilla e poi in negativi di gesso utilizzati per creare i rilievi che avrebbero circondato la campana in bronzo.

La campana finita, con un diametro di circa 53 centimetri e un peso di circa 90 chili, raffigura un vigile del fuoco sullo sfondo della tragedia delle Torri che crollano avvolte dal fumo, circondato dalle figure che rappresentano i diversi gruppi intervenuti nei soccorsi.

«Non volevano lasciare fuori nessuno», ha raccontato Marinelli.

Il processo ha seguito la sequenza secolare della fonderia. Gli artigiani hanno costruito un’anima in mattoni, ricoperta da strati di argilla, realizzando poi la cosiddetta «falsa campana». Le decorazioni sono state create secondo le tecniche tradizionali, prima della colata finale del bronzo fuso nello stampo.

Dopo il raffreddamento sono arrivati la rifinitura, la cesellatura e le prove acustiche. Il processo si conclude con la benedizione di un sacerdote.

La campana è stata fusa il 31 luglio.

Il viaggio verso New York

Per Pasquale Marinelli, il cui ufficio ad Agnone è pieno di buste, disegni e commissioni provenienti da tutto il mondo, il progetto di New York ha rappresentato qualcosa di particolare.

«Essere stati scelti per questo progetto è stato un onore grande e unico», ha detto.

Durante la lavorazione, DeRubbio e alcuni vigili del fuoco americani si sono recati ad Agnone, dove hanno incontrato i loro colleghi italiani.

Alla fine di agosto, i vigili del fuoco di Isernia hanno contribuito al trasporto della campana attraverso l’Italia fino alla base militare statunitense di Sigonella, in Sicilia. Da lì, secondo quanto riferito da DeRubbio, i militari americani l’hanno trasportata alla Joint Base McGuire-Dix-Lakehurst, nel New Jersey.

Successivamente, i vigili del fuoco di Virginia Beach hanno portato la campana verso nord, mentre la Polizia di Stato del New Jersey scortava il convoglio lungo l’autostrada.

Vicino a Manhattan si sono uniti gli agenti della Port Authority, seguiti dai mezzi dell’FDNY, della polizia di New York e del servizio di nettezza urbana.

Con le sirene spiegate, il convoglio è entrato a New York.

Prima di raggiungere il Fire Museum, la campana ha compiuto un passaggio simbolico davanti al World Trade Center.

Anche il supporto della campana custodisce un frammento fisico dell’11 settembre.

Quattro bulloni in acciaio, prelevati da una trave del World Trade Center, oggi contribuiscono a tenere insieme la struttura. I membri della FDNY Rescue 1, che un tempo aveva sede proprio nell’edificio che ospita il museo, li hanno rimossi dall’acciaio per inserirli nel memoriale.

L’11 settembre, nella sala del museo che ha ispirato l’intero progetto, vigili del fuoco, familiari e ospiti si sono riuniti attorno alla campana.

Il memoriale è stato nuovamente dedicato alle vittime, la campana è stata benedetta e scoperta. A suonarla è stato Joe LaPointe, storico responsabile dell’unità cerimoniale del dipartimento che, per decenni, ha partecipato ai funerali dei vigili del fuoco morti a causa delle malattie legate al servizio prestato dopo l’11 settembre.

Per DeRubbio, tuttavia, il progetto non doveva concludersi con una sola cerimonia commemorativa.

La sfida ora è fare in modo che anche chi non ha un ricordo personale dell’11 settembre possa comprendere cosa accadde e chi rispose alla richiesta di aiuto.

Il direttore del museo spera che in futuro possano essere installati pannelli interattivi per permettere ai visitatori di conoscere le storie individuali dei vigili del fuoco e degli altri soccorritori.

«Dobbiamo lavorare di più e trovare il modo di far conoscere ai bambini e alle giovani generazioni ciò che queste persone hanno sacrificato quel giorno», ha detto.

L’obiettivo, in fondo, è semplice:

«Mantenere viva quella storia».

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