• In evidenza
  • La braccata non fa aumentare i cinghiali, Franzetti dell’Ispra smonta la tesi anticaccia

    «La caccia ha un effetto limitato sull’andamento delle popolazioni di cinghiale, perché, nella migliore delle ipotesi, con la braccata si riesce ad abbattere la metà dell’incremento utile annuo degli ungulati. I modelli matematici dicono che affinché si possano avere effetti sensibili sull’andamento della popolazione di ungulati gli abbattimenti dovrebbero essere nell’ordine dell’ottanta per cento».

    La dottoressa Barbara Franzetti dell’Ispra

    Con questa dichiarazione Barbara Franzetti dell’Ispra smonta, demolisce verrebbe da dire, la tesi sostenuta dal professor Mazzatenta nel corso del seminario organizzato questa mattina dall’Università degli studi di Teramo. Un evento formativo in collaborazione del Wwf che infatti ha risentito dell’impostazione ideologica anticaccia. La tesi di Mazzatenta è questa: la caccia in braccata contribuisce, se non ne è la prima causa, a far aumentare la popolazione di cinghiali sul territorio. Quindi andrebbe vietata. Una tesi non nuova e già contestata in altri ambiti, che poche ore dopo, nel corso dei lavori del convegno di oggi, è state smontata dalla dottoressa Franzetti dell’Ispra. Proprio il lavoro di ricerca all’interno dell’Ispra pone la dottoressa Franzetti in un ruolo di osservatore privilegiato rispetto ai dati che arrivano da tutta Italia e che mettono in rapporto lo sforzo di caccia, gli abbattimenti e l’andamento della popolazione sul territorio.

    «Affinché si possa verificare un’influenza concreta e diretta sulle popolazioni di cinghiali, gli abbattimenti realizzati a caccia dovrebbero essere aumentati pesantemente, arrivando al prelievo di quasi l’ottanta per cento degli animali presenti in natura. – ha spiegato Franzetti – Numeri molto distanti da quelli reali disponibili. I dati che giungono dalle Regioni dicono che non c’è una correlazione diretta tra numero di abbattimenti e riduzione della presenza del cinghiale sul territorio. Nemmeno in relazione alla diminuzione o al contenimento dei danni all’agricoltura; i dati oscillano, dimostrando che la caccia ha una scarsa influenza su di essi. Tra l’altro i dati che arrivano all’Ispra mostrano che gli abbattimenti si concentrano sui maschi, non sulle femmine. Non è quindi una questione di prelievo venatorio errato, scorretto o insufficiente a far aumentare i cinghiali sul territorio. Sono altri i fattori, e sono diversi, che entrano in gioco nell’influenzare l’andamento delle popolazioni di cinghiale».

    Francesco Bottone

    tel. 3282757011

    LEGGI LA TESI SOSTENUTA NEGLI AMBIENTI ANTICACCIA QUI

    Sostieni la stampa libera, anche con 1 euro.

    Lascia un commento