Un evento culturale divisivo, come era probabilmente nelle intenzioni dei promotori e sicuramente della scrittrice. Stiamo parlando della presentazione del libro testimonianza di Catherine Louise Birmingham, meglio nota come la “mamma del bosco”, che è andata in scena nei giorni scorsi ad Agnone, a Palazzo San Francesco. Una discreta partecipazione di pubblico, ma è stata soprattutto la presenza del sindaco di Agnone, Daniele Saia, ad alimentare qualche polemica.

La storia della “famiglia del bosco”, la coppia con tre figli che vive in una zona rurale di Palmoli, nel vicino Chietino, in una casa che non è affatto nel bosco come vuole la narrazione che va per la maggiore, riempie le pagine della cronaca locale e nazionale da mesi. I bambini, tutti minori ovviamente, sono stati allontanati dalla coppia di genitori che hanno scelto di vivere in maniera difforme dai canoni considerati “normali”, in maniera non troppo dissimile da come si viveva in Alto Molise mezzo secolo fa. La vicenda non avrebbe interessato nessuno se non ci fosse stato un caso di intossicazione alimentare dovuto all’ingestione di funghi che ha portato in ospedale tutti i componenti della famiglia. Da allora è iniziata una lunga e intricata vicenda che vede come attori non solo la magistratura, il Tribunale dei Minori nello specifico, ma anche i servizi sociali.

L’opinione pubblica nazionale è spaccata tra chi considera legittima la scelta di vita rurale dei due coniugi e chi invece invoca la protezione e maggiori tutele, anche di tipo sanitario, per i bambini. Una querelle che non ha ancora avuto una sua conclusione giudiziaria e che è divenuta una sorta di telenovela italiana. In questo lungo e per certi versi stantio filone narrativo si inserisce anche la presa di posizione della cosiddetta “mamma del bosco”, Catherine Louise Birmingham appunto, che ha deciso di raccontare la sua versione dei fatti pubblicamente, scrivendo un libro: “La mia verità. Memorie e pensieri della mamma nel bosco”. Un’operazione di marketing, probabilmente, sia pure del tutto legittima, ci mancherebbe, che nei giorni scorsi è approdata a Palazzo San Francesco di Agnone.

A presenziare, come detto, anche il sindaco Daniele Saia. «Io vorrei incardinare la loro scelta di vita, che è sicuramente una scelta coraggiosa, – ha esordito il primo cittadino nel corso del suo intervento – in quella che forse oggi è la storia dei nostri territori interni. Cioè le aree interne, oggi, vanno verso quella direzione; sono luoghi destinati all’abbandono perché i ritmi lavorativi si sviluppano solo nelle grandi città, tutto è concentrato lì, a cominciare dalla ricchezza. Questi territori tendono ad essere abbandonati. Allora forse il messaggio che arriva da questa famiglia potrebbe essere questo: quella umanità e quell’amore che vengono descritti nel libro, sono gli elementi vincenti per i nostri territori. Perché io vedo che in tutti i territori interni l’umanità e l’amore regnano sempre e comunque. L’attenzione verso tutti i cittadini, verso la comunità si attua anche attraverso un controllo sociale familiare; un’attenzione di tutti verso tutti. Quel modello che oggi non viene preso in considerazione, è invece imperniato su quei valori che sono ancora vivi a differenza di ciò che accade nei grandi agglomerati urbani. Noi vogliamo mantenere la nostra umanità e la nostra socialità, però vogliamo che nelle aree interne ci siano tutti quei servizi che servono. Questo modello di vita vero è forse oggi un vantaggio per le aree interne».

Parla di un modello di vita più a contatto con la natura, dunque, il sindaco Saia, quasi rurale, che in fondo è quello tipico delle aree interne, anche se l’accostamento è forse azzardato, perché la famiglia del bosco ha fatto una scelta molto più radicale e per certi aspetti al di fuori delle norme vigenti, anche e soprattutto a tutela dei minori. Questioni che non interessano i cronisti, tuttavia, bensì i magistrati e gli assistenti sociali. Catherine Louise Birmingham ha legittimamente portato la sua verità ad Agnone, il sindaco ha liberamente deciso di prendere parte all’evento culturale e l’opinione pubblica è altrettanto libera di giudicare, come meglio crede, questa catena di eventi.