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  • Serrata a metà: chiude tutto, ma non le fabbriche dove sono ammassati migliaia di operai

    «Industrie e fabbriche potranno ovviamente continuare a svolgere le proprie attività produttive a condizione che assumano protocolli di sicurezza adeguati a proteggere i propri lavoratori al fine di evitare il contagio. Regolazione dei turni di lavoro, ferie anticipate, chiusura dei reparti non indispensabili». Questo è un passaggio dubbio del discorso con il quale il premier Conte ha annunciato alla Nazione l’inasprimento delle misure finalizzate al contenimento dell’epidemia da Covid19. Una serrata solo a parole, insomma, perché se è vero che il nuovo Dpcm disporrà, presumibilmente da domani mattina, la chiusura di tutte le attività commerciali, quindi bar, pub, ristoranti, parrucchieri, estetisti e via elencando, salvo le farmacie e i negozi di alimentari, è altrettanto vero che le parole del capo del Governo lasciano intendere che le grandi fabbriche continueranno a produrre. Un caso su tutti, qui sul territorio a cavallo di Abruzzo e Molise, è rappresentato dalla Sevel di Atessa e dell’intero agglomerato industriale della Val di Sangro, dove ogni giorno lavorano diverse migliaia di operai che poi tornano nei propri paesi e dalle proprie famiglie. Saranno in grado, quelle fabbriche di quelle dimensioni, di porre in essere pratiche efficaci finalizzate ad evitare il possibile contagio dei dipendenti? E’ quello che si chiedono, in queste ore, le maestranze, migliaia di donne e uomini che, nell’emergenza sanitaria nazionale, anzi a questo punto planetaria, devono comunque continuare a prendere servizio sulla linea di montaggio, con il rischio di contagiarsi. L’imperativo, lo ha ribadito anche il premier, resta quello di contenere il contagio, ma intanto si permette che cinque-seimila persone continuino ad ammassarsi ogni giorno, per ore ed ore, dentro i padiglioni delle fabbriche sulla val di Sangro.

    Francesco Bottone

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