Il Governo vuole ridurre del 30 per cento la platea dei Comuni classificati come montani da oltre settant’anni e perciò destinatari di sussidi, agevolazioni fiscali, deroghe normative e politiche contro lo spopolamento.

Con la legge n. 131/2025, entrata in vigore lo scorso settembre, su iniziativa di Roberto Calderoli, ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, è stata approvata una robusta sforbiciata all’Elenco portando i Comuni dagli attuali 4.058 a poco più di 2.800, grazie a nuovi criteri di classificazione. Restano in Elenco solo gli Enti con almeno il 25% di territorio sopra i 600 metri e una pendenza di almeno il 20%, oppure se la loro media altimetrica supera i 500m.
La revisione è frutto di un lavoro tecnico ed è confluita in una bozza di Dpcm che sarà esaminata proprio oggi dalla Conferenza Unificata.
L’Associazione ASMEL che rappresenta 4.800 Comuni italiani non ci sta e definisce i nuovi criteri astrusi e lontani dalla realtà. La riforma rischia di essere tecnicamente rigorosa ma politicamente miope. Nei Comuni montani si registra un reddito medio pro capite inferiore a quello nazionale ed è questo uno degli indicatori principali che determina il rischio di spopolamento e la necessità di misure per compensare lo svantaggio strutturale. Con i nuovi criteri, il reddito pro capite aumenta e non diminuisce. In altre parole sono penalizzati i Comuni più poveri e favoriti i più ricchi. Infatti, il 70% dei Comuni esclusi dall’Elenco registra un reddito inferiore a quello nazionale. Mentre tra quelli confermati come comuni montani, ben il 42% lo supera e anche di molto. Basti citare Courmayeur e Cortina d’Ampezzo che superano il reddito medio nazionale di oltre il 50%.
Secondo ASMEL, Calderoli non è nuovo a interventi partoriti a tavolino, a danno dei piccoli Comuni, senza tener conto della concreta realtà in cui sono chiamati a operare. Nel 2010, aveva promosso – da ministro della semplificazione nel Governo Berlusconi IV – la norma sull’azzeramento dei comuni con meno di 5mila abitanti. Il tentativo andò a vuoto, grazie ad ASMEL, che si oppose in tutte le sedi dimostrando – numeri alla mano – che le piccole realtà territoriali rappresentano una opportunità e non un costo, fino a ottenere una sentenza di illegittimità costituzionale sulla legge Calderoli.
Anche questa volta, si preannuncia un confronto istituzionale fondato sulla effettiva capacità di rappresentanza degli Enti Locali, dalle Alpi agli Appennini. In questo scenario, Asmel è pronta ancora una volta a giocare il suo ruolo di garante dei principi costituzionali a tutela degli interessi dei Comuni, affinché i nuovi criteri non si traducano in una penalizzazione ingiustificata dei territori più fragili.
«Questa volta contiamo sull’appoggio convinto anche delle altre Associazioni dei Comuni – dichiara Francesco Pinto, Segretario generale ASMEL – a partire da ANCI, che non può continuare a voltarsi dall’altra parte quando si tratta di tutelare i piccoli Comuni. Altrimenti, meglio fare chiarezza tra gli associati e trasformare la propria sigla in AGCI, Associazione Grandi Comuni Italiani. In Italia se ne contano 120 tra capoluoghi e città con più di 100mila abitanti. Troppo pochi a fronte dei 7.792 Comuni rimanenti dove vive il 70% degli italiani».
Quando i criteri diventano troppo astratti, il rischio è che numeri e soglie finiscano per raccontare la montagna meglio sulla carta che nella vita quotidiana di chi ci vive.