Solo il trenta per cento degli italiani partecipa ad eventi culturali (cinema, teatro, rassegne, festival, presentazione libri, convegni, ecc). Una imbarazzante percentuale che oscilla tra il quattro e il dieci per cento, ad essere ottimisti, frequenta le biblioteche.

Con questi numeri ha senso spendere soldi per una biblioteca? C’è ancora bisogno di biblioteche? Anche nei piccoli centri delle aree interne?

Di queste interessanti tematiche si è parlato, nel pomeriggio di oggi, a Castiglione Messer Marino, alla lezione della Scuola dei piccoli Comuni con la progettista culturale Antonella Agnoli.

Introducendo i lavori, il direttore della Scuola, il professore dell’Unimol, Rossano Pazzagli, ha presentato musei e biblioteche, che sono diffuse anche nei piccoli centri delle aree interne, come luoghi della «sociabilità culturale». «La cultura non deve essere un “eventificio” o una semplice ancella del turismo, – ha sottolineato il professore Pazzagli – ma uno strumento che aiuti a governare trasformazioni, quelle che sono necessarie alla rigenerazione delle aree interne del Paese, a scoprire e alimentare visioni».

La cultura, lo ha rimarcato Pazzagli, è innanzitutto «crescita civile», capace di elevare la qualità della vita anche nei piccoli centri montani e periferici, perché contribuisce alla formazione di quel «pensiero critico» che è alla base della ricerca e del perseguimento del bene comune.

«Le biblioteche intese come luoghi dove sono conservati libri polverosi in armadi alti due metri sono sicuramente inutili, anche nelle aree interne. – ha spiegato la progettista culturale Antonella Agnoli – Saranno frequentate al massimo da studenti e studiosi. Servono invece biblioteche sull’esempio di quelle dei paesi del Nord Europa o della Spagna, che sono “piazze del sapere“, veri centri culturali dove si svolgono diverse attività, non solo la lettura. Spazi fruibili, accessibili, senza barriere, gratuiti, adatti a tutte le età e a tutte le diversità anche sociali, dai bambini, agli anziani, inclusive. Biblioteche di nuova concezione che siano anche punto di riferimento fisico per offrire servizi di prossimità, luoghi di incontro e dove è possibile svolgere e fruire di più attività».

Ripensare gli spazi urbani, dunque, sottrarli alla commercializzazione, farne luoghi di incontro, di scambio, di azione collettiva. La biblioteca pubblica, a lungo ignorata dalla politica e oggi minacciata da internet nel suo ruolo informativo, può diventare un territorio aperto a gruppi e associazioni, un centro di riflessione e di condivisione dei saperi, il nodo centrale di una rete con altre istituzioni culturali.

In un Paese sempre più ignorante, che rischia di restare ai margini dell’economia della conoscenza, la biblioteca pubblica deve diventare parte di un progetto di rinascita dell’Italia, un luogo di libertà e di creatività per ogni cittadino. E allora ben venga una biblioteca in ogni Comune.
Francesco Bottone