La struttura commissariale che guida, o meglio tenta di farlo, la sanità molisana ha decretato la morte dell’ospedale “Caracciolo” di Agnone. A dispetto delle presunte «notizie incoraggianti» in merito alle sorti del nosocomio di confine propalate, nei giorni scorsi, dal sindaco Saia e dall’assessore regionale Di Lucente, il nuovo Pos, che domani sarà inviato all’attenzione dei Ministeri competenti, prevede la conversione del “Caracciolo” in ospedale di comunità, cioè una struttura a gestione infermieristica. Questo dicono le indiscrezioni trapelate sulla stampa locale molisana. Dovrebbe restare attivo un punto di primo intervento, bontà loro, come sono umani i commissari.

Alla notizia, il commento dell’assessore comunale Enrica Sciullo, che è anche infermiera, non lascia spazio a fraintendimenti, né all’ottimismo: «Signori, le chiacchiere stanno a zero! L’ospedale è chiuso! L’ospedale di comunità, che ospedale non è, ed il punto di primo intervento, questo ci stanno propinando! È la fine di un’epoca in cui venivano prima le esigenze delle persone!

Sacrificati sull’altare del privato che ha necessità di altro spazio per continuare a fare affari extra regionali pagati da noi! Complimenti a tutti gli attori in particolare ai commissari e ai politici dalle grandi promesse».

Le pacche sulle spalle del presidente Roberti, le rassicurazioni dei vertici Asl e i fantasiosi piani di rilancio del “Caracciolo” non sono bastati; neanche i pranzi a base di pesce con i vertici politici della sanità molisana.

Due commissari del Governo, pagati con i soldi dei contribuenti per difendere la salute in Molise, hanno deciso che l’Alto Molise non ha bisogno né diritto di avere un ospedale propriamente detto, ma basta e avanza un “ospedale di comunità”, una sorta di poliambulatorio. Più che uno sciopero della fame, sarebbe il caso di cominciare uno sciopero del voto e di tutti gli altri obblighi di cittadinanza. Perché se non si hanno diritti, non si hanno neanche doveri.
Francesco Bottone