«La Snai nasce con due fari: l’articolo 3 della Costituzione, l’idea che un abitante di un’area interna debba avere gli stessi diritti di chiunque altro, e la valorizzazione del policentrismo come chiave di lettura dell’Italia». Un metodo fondato sulla conoscenza diretta dei territori che si è scontrato però con un paradosso amaro: «Mentre facevamo la Snai, venivano smantellati i servizi sanitari». I punti nascita chiusi per dittatura dei numeri, le scuole accorpate, le infrastrutture costruite senza sapere chi vi avrebbe operato.

L’analisi, impietosa, è di Sabrina Lucatelli, oggi alla guida di Riabitare l’Italia, che ha ripercorso la storia della Strategia Nazionale Aree Interne, relatrice, nei giorni scorsi, a Castel del Giudice nell’ambito del convegno sul tema “Il futuro è ancora qui“. Dopo un decennio di Snai, i risultati sono scarsi, se non nulli, anzi, probabilmente la situazione non solo non è migliorata, mostrando l’inutilità di quella strategia, ma è addirittura peggiorata. I servizi, nelle aree interne, sono sempre meno, valga per tutti il caso dell’ospedale di Agnone che, in barba alle altisonanti dichiarazioni dei politici di vari colori politici, sta per essere declassato a struttura a gestione infermieristica.

Senza servizi si alimenta lo spopolamento, lo si incentiva, ed è quello che stanno facendo i commissari ad acta e la Regione Molise. «Il tema delle aree interne non appartiene all’agenda politica di rilievo dello sviluppo del Paese. La marginalità di questi luoghi è il risultato di scelte politiche ed economiche precise: si è deciso di non intervenire». Così Carla Mastrantonio, segretaria nazionale SPI-CGIL e altra relatrice della giornata di studi, che ha inquadrato con lucidità il problema e le relative responsabilità: «Il risultato è un Paese spaccato in due, in cui le diseguaglianze si sono solidificate nel tempo, aggravate dall’abbandono della cura del territorio che ha prodotto dissesto e catastrofi ambientali. Sono rimasti gli anziani, ed è per questo che siamo qui. Ci occupiamo di chi testardamente resiste». Mastrantonio ha però ipotizzato un cambio di passo: non solo occuparsi di welfare e servizi, ma affrontare il tema dello sviluppo.

«Abbiamo costruito una grande periferia territoriale», ha sintetizzato il professore dell’Unimol, Rossano Pazzagli. «Cosa è rimasto nelle aree interne? Più di quanto si pensi: paesaggi, case vuote, prodotti, storie. – ha sottolineato Pazzagli – Bisogna riportare anche chi risponde “che non c’è niente” a rileggere i territori. C’è spazio, c’è posto». E infine: che fare? Pazzagli ha insistito sulla necessità di una visione che preceda la strategia, e della strategia che preceda le azioni: «Spesso dai bandi si parte solo dai progetti, che senza strategia e visione non portano da nessuna parte».

E ha aggiunto una dimensione spesso trascurata: alle politiche va accompagnato un lavoro culturale, come quello della Scuola dei piccoli comuni di Castiglione Messer Marino, dove i sindaci si incontrano per condividere problemi, difficoltà e risultati. Alessandro Camiz, professore dell’Università Gabriele d’Annunzio di Chieti-Pescara, ha portato il contributo dell’architettura e della rigenerazione fisica dei centri storici. La proposta che Camiz ha avanzato sul piano nazionale è quella di politiche di defiscalizzazione per abitanti e imprese nelle aree interne, come condizione abilitante per qualsiasi progetto di ripopolamento reale.