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domenica 30 Agosto 2026
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Dai vertici dell’Europa alle aree interne, la lezione del professor Romano Prodi a Castelguidone

 «Questa campana Marinelli di Agnone potrebbe davvero essermi utile». Non ha perso l'ironia, nonostante le sue ottantasette primavere, e così esorcizza l'età che avanza e la stessa vecchiaia, l'ex presidente del Consiglio dei Ministri ed ex presidente della…

 «Questa campana Marinelli di Agnone potrebbe davvero essermi utile». Non ha perso l’ironia, nonostante le sue ottantasette primavere, e così esorcizza l’età che avanza e la stessa vecchiaia, l’ex presidente del Consiglio dei Ministri ed ex presidente della Commissione europea, il professor Romano Prodi, che è stato ospite della Caritas diocesana di Trivento, nel pomeriggio di venerdì a Castelguidone, insieme al giornalista Marco Damilano e al sacerdote antimafia don Luigi Ciotti.

L’occasione della importante visita è stata la tredicesima edizione della giornata della legalità e dell’impegno sociale organizzata da don Alberto Conti, sacerdote in trincea che ha speso la sua intera esistenza a difendere le aree interne della “terra di mezzo” tra Abruzzo e Molise. Il professor Prodi ha dialogato con Damilano e don Ciotti sul tema “La Chiesa di Francesco e Leone nel mondo a pezzi“. Proprio il mondo a pezzi, diviso, lacerato e con decine di fronti di guerra aperti a tutte le latitudini è il risultato di una politica miope, che ha perso di vista quel “bene comune” che invece dovrebbe essere il solo punto di riferimento e l’obiettivo ultimo di chi ha l’onore e l’onere di rappresentare le comunità e i cittadini. Romano Prodi, dall’alto della sua esperienza ai massimi livelli della politica nazionale e internazionale, ha usato parole di saggezza, ma anche di denuncia rispetto all’attuale panorama politico.

«Io non sono mai pessimista, – ha esordito l’ex premier – però sinceramente non ho mai visto né vissuto un periodo così dal punto di vista della politica. Mi pare che sia scappata di mano ogni consistenza politica e anche etica. Qual è il grande cambiamento di fondo che c’è stato negli ultimi anni? Prima dominava l’interesse economico, che non è certo una bella cosa, tuttavia permetteva un certo compromesso tra le parti, anche tra le varie nazioni; oggi invece domina l’identità, che esclude ogni possibilità di trattativa e mediazione ed è la cosa più antidemocratica che possa esistere. L’identità è assoluta, è escludente e usa necessariamente la forza, anche militare. Questo cambiamento impedisce la mediazione e rende inutile la diplomazia. Se l’unico obiettivo politico è quello di essere più forte degli altri, – chiaro il riferimento all’ideologia Maga americana, lo slogan politico di Trump – perché dovresti mediare? I diplomatici perdono la loro stessa funzione rispetto a questa nuova ideologia dell’identità nazionale. Questo conduce, inevitabilmente, verso derive autoritarie, che sono la negazione della democrazia. Noi che siamo democratici e crediamo fermamente nella democrazia abbiamo serie difficoltà di convivenza con queste posizioni».

Nell’ottica identitaria, inoltre, che punta alla grandezza, inevitabilmente restano indietro, o meglio vengono deliberatamente lasciate indietro le parti deboli del paese; quello che accade, da tempo, con le aree interne ad esempio che sono state marginalizzate da decenni di politiche improntate sui tagli ai servizi, anche quelli essenziali e di cui proprio l’Alto Molise è testimone esemplare. Il professor Prodi ha citato la frase dell’arcivescovo brasiliano Hélder Pessoa Câmara: «quando do da mangiare a un povero mi chiamano santo, ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora mi chiamano comunista». Parafrasandola, ha spiegato Prodi, «se aiuto un povero, chi resta indietro, sono un santo, ma se chiedo per lui più diritti divento un comunista».

Concetto applicabile anche alla realtà delle aree interne, che non hanno bisogno di aiuti ed elemosine, ma di diritti, di quei diritti di cittadinanza che vengono quotidianamente ignorati e calpestati, in nome della illogica logica dei numeri. Chiudono scuole, istituti bancari, uffici e anche gli ospedali, perché si è in pochi, alimentando in tal modo lo spopolamento e l’abbandono invece di contrastarli con scelte politiche adeguate e improntate alla giustizia sociale. Situazione fotografata mirabilmente da don Luigi Ciotti in una sola frase: «Ci si riempie la bocca della parola legalità in un Paese dove la legalità viene calpestata tutti i giorni». E ancora «la legalità non è un obiettivo, – ha aggiunto don Ciotti – ma è uno strumento, da utilizzare per raggiungere l’obiettivo vero, che si chiama giustizia, soprattutto giustizia sociale».

Francesco Bottone

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