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sabato 2 Maggio 2026
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Mobilità negata: il viadotto ‘Sente-Longo’ su Venerdì di Repubblica

«Vogliamo solo essere trattati come gli altri cittadini», mi dice Daniele Saia, sindaco di Agnone nonché presidente della provincia di Isernia, mentre ci avviciniamo al confine con l'Abruzzo. Per raggiungere il cartello che separa le regioni, a causa…

«Vogliamo solo essere trattati come gli altri cittadini», mi dice Daniele Saia, sindaco di Agnone nonché presidente della provincia di Isernia, mentre ci avviciniamo al confine con l’Abruzzo.

Per raggiungere il cartello che separa le regioni, a causa delle numerose frane che hanno appena devastato territorio e viabilità della zona, abbiamo cambiato tre macchine in cinque chilometri. Stiamo percorrendo una vecchia strada, ora inutilizzabile a causa dei crolli, dove fino a pochi giorni prima insisteva il traffico tra regioni e paesi, mezzi pesanti inclusi. All’orizzonte c’è un grande e lunghissimo ponte, il secondo più alto d’Europa o forse addirittura il più alto in assoluto, non si capisce bene dai racconti ma non è un primato da Guinness quello cui qua si punta (comunque pare sia il più alto d’Italia).

Quel ponte, il viadotto del Sente, è stato chiuso dopo il crollo del Ponte Morandi a Genova, il 14 agosto 2018, dopo accertamenti fatti in seguito a un terremoto e probabilmente anche a causa del generalizzato timore che crollassero tutti insieme tutti i ponti d’Italia, come in un domino improvviso e imprevedibile fin lì.

Otto anni dopo, Genova ha di nuovo il suo ponte, mentre tra Molise e Abruzzo, tra alto Vastese e alto Molise, il viadotto Sente è ancora chiuso, a dividere anziché unire, in tutta la sua beffarda imponenza. I pari diritti, da riconoscere tanto ai molisani e agli abruzzesi quanto ai genovesi, sarebbero quelli alla mobilità, con tutto quel che ne consegue in termini di lavoro, economia, salute, scuola, vita.

Per dare sostanza a questa aspirazione, il sindaco inizia pure a citare articoli della Costituzione, quasi a doversi giustificare, come se in assenza di un supporto “istituzionale” qualcuno possa mettere in discussione il fatto che i molisani debbano avere lo stesso trattamento dei genovesi.

Eppure, a furia di frequentare per lavoro e per diletto le aree interne, comincio a capire che anche quello che dovrebbe sembrare ovvio e garantito, così ovvio e garantito non è. Soffocati dalla retorica degli ottomila campanili e degli altrettanti santi patroni, delle sagre e dei borghi antichi, dell’enogastronomia nello spazio e dei patrimoni Unesco in ogni sampietrino, la maggior parte dei paesi – preda dei turisti per un mese – scompare tutto il resto dell’anno. Se un quarto dell’attenzione e delle energie spese dalla politica negli ultimi decenni per arrestare i flussi migratori fosse stato dedicato a pensare a come trattenere il flusso emigratorio, forse non saremmo al cospetto di un esodo costante e inesorabili di giovani (e non solo) verso posti più civili e accoglienti dell’Italia.

Diego Bianchi – articolo tratto da Venerdì di Repubblica

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