Il palasport di Agnone sarà intitolato alla memoria del giovane Giuseppe Di Matteo, vittima innocente della mafia, rapito, strangolato e sciolto nell’acido per regolare faide interne alla criminalità organizzata. Lo ha annunciato ieri mattina il sindaco di Agnone, Daniele Saia, nel corso della giornata conclusiva del “Festival del Diritto – VIII Edizione”, un appuntamento di rilievo dedicato ai temi della legalità, della memoria, della giustizia sociale e dell’impegno civile.

L’appuntamento culturale, ideato e diretto dall’avvocato Luigi Fantini e organizzato dall’associazione culturale Armonia, ha coinvolto le scolaresche di Agnone e i giovani della scuola allievi della Polizia di Stato di Campobasso. Tra gli ospiti d’eccezione della giornata padre Maurizio Patriciello, Simona Dalla Chiesa, figlia del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e il generale di brigata Antonino Neosi, già comandante della Legione Carabinieri Abruzzo e Molise.

«Caro, piccolo Giuseppe, io ti ho fatto una promessa: Se la mafia assassina e disumana non ti ha permesso di avere nemmeno una tomba, avrai decine, centinaia di luoghi, strade, piazze, palestre, giardini dedicati al tuo nome. Ovunque andrò, parlerò di te. E io mantengo sempre la parola data» ha dichiarato padre Maurizio Patriciello. Il sindaco Saia ha recepito l’invito del sacerdote antimafia, che vive sotto scorta da anni, e ha annunciato che porterà in Consiglio comunale, appena dopo le elezioni e il primo insediamento della nuova amministrazione, la proposta di intitolare alla memoria di Giuseppe Di Matteo il palasport di Agnone.

«Questa struttura non è stata ancora intitolata, – ha spiegato Saia, promettendolo a padre Patriciello – quindi porterò la proposta in Consiglio comunale, ma possiamo considerarla cosa già fatta». Una promessa solenne e impegnativa, quella del primo cittadino, che lancia un concreto segnale di legalità e contro la mafia. Inquietanti le rivelazioni di padre Patriciello, che ha svelato dei legami e delle collusioni ancora in essere tra la criminalità organizzata e la politica.

«Carmine Schiavone, il cassiere del clan dei Casalesi, quando l’ho incontrato mi ha detto: Don Patriciè, noi eravamo quattro ciucci; se non avessimo avuto agganci con la politica noi saremmo rimasti solamente una piccola banda di delinquenti di paese». Il malaffare che diventa sistema, che viene in qualche modo istituzionalizzato dunque, la politica che stringe accordi con la camorra e che fa affari d’oro con la criminalità organizzata. Lo Stato, che dovrebbe combattere le mafie, si piega e diviene colluso e complice di soprusi, violenze, imbrogli e sotterfugi.

Parole di denuncia che fanno tremare le fondamenta stesse dello stato di diritto, quelle pronunciate da padre Patriciello al cospetto di generali, colonnelli, questore e autorità politiche. Quelle stesse denunce che hanno costretto il sacerdote a vivere sotto scorta, perché evidentemente minacciato di morte dalla stessa criminalità organizzata.

«Hanno fatto questo abbraccio mortale, – ha continuato il sacerdote antimafia – trasformando parte della Campania nella “terra dei fuochi” dove si muore ancora oggi di tumore a tutte le età. Dopo che l’Istituto superiore di sanità ha riconosciuto che c’è una incidenza di tumori maggiori nella “terra dei fuochi” e dopo i richiami della corte europea per i diritti dell’uomo, ora finalmente il Governo ha nominato un generale dei Carabinieri come commissario straordinario per le bonifiche. Non bisogna perdere la speranza, qualcosa sta avvenendo. Dovete essere voi ragazzi a protestare, a chiedere i vostri diritti, sempre fermi nella verità. Chiamiamo a raccolta i buoni, ce ne sono dappertutto, anche tra i politici e finanche tra i preti».
Francesco Bottone