• Editoriale
  • Quale fu, ed è, il lascito di Pierpaolo Pasolini

    Pierpaolo passò come una “burlanda”, con la sua breve esistenza (1922 -1975), nella temperie culturale della prima metà del secolo scorso, in un mondo fatto di attori, registi, scrittori, poeti, i quali tutti lo ammiravano, lo esaltavano o lo detestavano, a causa delle sue prese di posizione contestatorie, con le quali rimestava il peggio e rovesciava il meglio della vita umana.

    Era nato sostanzialmente povero, un anomalo, un senza tetto, nella vita della prima metà del secolo in cui tutto si stava rinnovando; erano state fatte, allora, delle conquiste prodigiose (la relatività, l’allunaggio di Armstrong) e tutta una serie di eventi straordinari, dolorosi e a volte promettenti che egli commentava con una rara forza e convinzione, in modo non conformista, talvolta, ribelle, talora provocatore dei costumi correnti, un fustigatore.

    Fu forse il primo a decifrare  – come ebbe a dire Moravia e anche Dacia Maraini, nella sua intervista a Pasolini del 1973 –  e ad entrare nel fondo del mondo giovanile, in quella specie di sottoproletariato urbano che si opponeva a quello contadino che stava scomparendo, con tutte le sue oscenità, le sue contraddizioni, i suoi abusi, in particolare omo ed etero sessuali (i ragazzi di vita), descrivendo, con una preveggenza impressionante, quello che sarebbe accaduto nei tempi successivi.

    Aveva incontrato da insegnante nelle scuole medie, le periferie di Roma, aveva sondato il suburbio, ne aveva intercettato la pericolosità, aveva descritto la contrapposizione tra borghesia e sottoproletariato rom, e, come diceva Moravia, una sorta di contraddizione tra protocristianesimo, ribelle ed evolutivo, e le forme assemblate della società coeva.

    Aveva previsto, con grande lucidità, la violenza, nuova, che si era instaurata tra le due guerre mondiali e che si era ancor più sviluppata nel secondo dopoguerra, quella che, poi, sarebbe esplosa recentemente nello sfascio, ad es., di Roma (vedi il film “Mamma Roma”), il processo ai cui recenti protagonisti (Carminati, Buzzi, Casamonica) sono l’emblematica conclusione di una prospezione visionaria di quello che stava accadendo, e che sarebbe accaduto, poi, in una città in pieno caos, quale era già allora (i palazzinari che la deturpavano, le violenze di gruppo, gli scontri, le bande che minavano il vivere civile della società urbana);  egli diceva con una sorta di visionaria previsione che il mondo, soprattutto giovanile, galleggiava in una specie di caos criminaloide, nel liquido amniotico di una violenza difficilmente controllabile ed ancor più difficilmente eliminabile.

    Era ossessionato dalla carnalità, dalla sua bellezza vulnerabile, dalla eterodossia.

    Nella sua sterminata produzione filmistica, dai titoli particolarmente suggestivi (Accattone, Mamma Roma, il Fiore delle Mille e una Notte, i Racconti di Canterbury, il Decameron, L’Edipo Re, Porcile, e tanti altri, che ebbero a colpire profondamente la scrittrice a lui contemporanea, Dacia Maraini) lui stava in sostanza quasi sempre dietro la macchina da presa, lui stesso impegnato a riprendere le scene, più avvincenti ed anche più inquietanti e scabrose.

    Mi colpì in modo particolare – lo guardai con particolare inquietudine – il film il Fiore delle Mille e una Notte, la sua maniacale presa diretta sulle pudende sia maschili che femminili.

    Amava, e allo stesso tempo detestava, il corpo umano, sembrava che egli avesse paura di quella escrescenza maschile, che allo stesso tempo lo attirava, e che avrebbe, poi, provocato la sua fine.

    In quel momento forse aveva in mente i bronzi di Riace e le loro possenti membra, anche se non proporzionate all’esserino che con i suoi film, invece, egli voleva sublimare.

    Insomma, la carnalità lo ossessionava, lo perseguitava, lo distruggeva, fino al punto che, come aveva vagamente previsto in uno dei suoi straordinari film, egli avrebbe finito la sua storia in una zona immonda del litorale ostiense, e precisamente in prossimità dell’idroscalo.

    Si era aggirato come un dannato, quella sera, intorno alla stazione Termini, in cerca di un ragazzo di vita, lo aveva trovato, lo abbordò, lo fece salire in macchina e via di corsa verso l’Idroscalo.

    Non poteva mai immaginare che quella sarebbe stata la sua morte.

    A quell’epoca la sodomia, il meretricio maschile, erano considerati  dalla Opinione Pubblica dominante, dalla Chiesa e dai mass media, qualche cosa di orrendo, di reprimendo, di perseguitando.

    Mi accadde una volta di assistere ad un episodio inquietante: entrai in Roma in uno di quegli orinatoi chiamati Vespasiani (dal nome dell’Imperatore romano), nei vicoli della citta già fortemente inurbata, e di assistere, ad una scena in cui un ragazzo – dalle spalle robuste che sembrava uscito più da una palestra che da una officina o da una aula universitaria –  veniva avvicinato da un giovane disgraziato sodomita, il quale, dopo essersi fulmineamente calato le braghe, afferrava d’improvviso quell’arnese del giovane, tentando di appoggiarlo sull’orificio posteriore .

    La reazione del giovane fu terribile, si voltò di scatto, gli sferrò un calcio, quasi da farlo volare sulla garitta immonda, e, questi, benchè sanguinate, non osò manifestare alcuna reazione ma fuggire nei meandri della città.

    La violenza, il malmenare, erano le uniche reazioni che ci si potesse attendere da un qualunque uomo dotato della sua orgogliosa mascolinità.

    E quella sera del 2 novembre del 1975, in quel luogo oscuro, il giovane, più forte e potente del Pasolini, già smagrito, a causa delle sue sofferenze di anomalo e di diverso, reagì furiosamente contro il poeta, che aveva forse osato troppo nei confronti del ragazzo di vita, e lo finì brutalmente.

    La storia non si seppe mai nei dettagli, rimase oscura e controversa, e quel turpe ragazzo, soprannominato Pino La Rana, venne si condannato, ma ad una pena inadeguata.

    Quando seppi dell’assassinio di Pierpaolo Pasolini, uno degli autori che più mi aveva colpito negli anni 60-70, in particolare con le sue ebdomadarie incursioni sul Corriere della Sera, che non a caso furono chiamate, poi, scritti corsari, ripensai subito a quella storia di violenza avvenuta in quello oscuro vespasiano romano.

    Mi ritornò in mente anche quando trovandomi ad Efeso – a poca distanza da quella facciata sublime e bianca riflettente nei suoi marmi il sole accecante di mezzogiorno –  osservammo un vespasiano molto simile e mi tornò in mente, vedendo quei cunicoli scolpiti in pietra e quei dozzinali sedili, quella orribile scena, cui assistetti nei miei lontani anni universitari.

    Poi, le cose per fortuna si modificarono ed oggi non solo la sodomaia è considerata in modo più benevolo dalla gente, che sembra accogliere le teorie  di Lombroso o di Benigno Di Tullio (antropologo molisano cattedratico a La sapienza, a Roma), che l’omosessualità è una malattia più che una condizione voluta di vita (basti ricordare Saffo) e sono portato pragmaticamente a dare il mio plauso alle unioni di fatto, anche se mi raccapriccia il pensiero che la unione possa dare luogo a finti rapporti genitoriali.

    Le tenebre lo attraevano in modo irresistibile, benchè esse avessero un carico di pericolosità .

    Oriana Fallaci, nel suo incomparabile scritto su Pasolini , durante il suo soggiorno a New York, che intitolò “Un marxista a New York”, raccontò che in una notte passata da Pasolini nella sterminata  metropoli americana,  costui si avventurò nei meandri più oscuri della città tentacolare: quei cunicoli sotterranei della metropolitana, e bevendo soltanto Coca Cola e sfinito dalle sue disperate elucubrazioni, rientrò in hotel alle quattro del mattino,  e Oriana in quella occasione vaticinò che il poeta potesse finire con una “pallottola in fronte” o incorrere in qualche fatto più cruento come, infatti, accadde poi, quella sera del 2 novembre del 1975, nell’oscurità dell’Idroscalo di Ostia.

    Aveva un volto molto particolare: Oriana Fallaci, disse di lui che quegli zigomi, sporgenti e magrissimi, mostravano piuttosto un teschio, che il volto di una persona viva. Aveva ragione.

    Franco Cianci

     

    Sostieni la stampa libera, anche con 1 euro.