• Editoriale
  • Storie di emigrazione: Astor Piazzolla, genio della musica contemporanea

     

    La struggente bellezza della musica di un vecchio organetto a bottoni, bando neon, di cui, disperando nel successo, vorrei tanto riprodurre il suono, come sperava anche Saramago dal suo rifugio di Lanzarote (Canarie), costruito dai prodigiosi, come sempre, artigiani germanici per le ardite cattedrali gotiche della Germania, esportato dagli emigranti nelle Americhe e in particolare in Argentina, attecchì potentemente in quelle società e divenne subito il simbolo e l’elemento rapsodico di tutte le emigrazioni europee transatlantiche.

    Questo strumento, dai suoni effettivamente umani, il più delle volte strazianti, trovò un cantore formidabile in Astor Piazzolla; un genio della musica contemporanea tra i più grandi in Europa, anch’egli di origini italiane (di Barletta il padre, toscana la madre), che approdrò nei sobborghi di Buenos Aires.

    Astor nasceva nel 1921, esattamente negli anni in cui la emigrazione verso l’Argentina degli emigranti italiani fu la più intensa. La emigrazione era una cosa durissima a quell’epoca: contadini strappati dalle loro terre che abbandonavano i manici sudati e logori dei vecchi bivomeri che lasciarono le loro terre per sempre, perché allora partire, significava davvero un pò morire, secondo la leggendaria definizione di Shakespeare; le zolle delle loro campagne le ritrovavano nei lastrici, duri e bollenti, delle città sudamericane e nordamericane.

    Tutto veniva, allora, esportato: mafia, ribellismo, cosche, “Cosa Nostra”, e le piccole, sane abitudini dei loro paesi.

    Comunque, contribuirono alla crescita dei paesi le forti braccia dei molisani, degli abruzzesi, dei pugliesi, dei calabresi, dei siciliani e dei napoletani, che lavoravano, e febbrilmente, nella fabbriche, nei campi.

    Le produzioni crebbero di molto: mecenati straordinari, come, ad es, un vastese, poco noto, come Carlo Della Penna, crearono scuole, istituti, collegi e persino i religiosi, che pure presero parte alla grande emigrazione, crearono monasteri, fondazioni caritatevoli, accoglienze varie, della gente bisognosa; cosi nacquero, ad es, i monasteri in California e la denominazione della più grande città californiana “San Francisco”.

    Poi ci fu quel periodo, terribile e doloroso, dei desaparecidos, delle madri di Plaza de Mayo che gridavano con i capelli disordinati sul volto, contro i governi, crudeli e assassini, che avevano divorato e buttato nel nulla migliaia di cittadini argentini.

    Astor, cantò in quelle monumentali canzoni che rappresentano la storia contemporanea, tutte queste situazioni, ed Oblivion ne è il grido supremo.

    Quelle musiche, che si insinuavano nei sobborghi di Buenos Aires, laddove Papa Bergoglio, più giovane di 15 anni di Piazzolla si aggirava, erano in prevalenza malinconiche, struggenti, strazianti.

    La più bella, a mio parere, come detto, fu Oblivion la musica che compose quella notte in cui vegliò la salma del padre emigrante.

    Gli immemori giullari del secolo odierno, che vorrebbero respingere a mare migliaia di profughi, di rifugiati, di senza tetto e di disperati, dovrebbero ricordare questo esodo, tumultuoso e terribile, che ebbe luogo nell’Europa dei secoli trascorsi e in particolare del diciannovesimo e del ventesimo secolo: i bastimenti a vapore, i moli pieni di gente con i fazzoletti sventolanti, il pianto a dirotto delle persone, sono le immagini fotografiche che rappresentano quel mondo.

    Tanto per rompere la drammaticità dei ricordi, mi piace ricordare, e mi scuso profondamente con i lettori, anche qualche episodio particolarmente ilare, di quel mondo in tumulto, non so se leggenda o fu, invece, un fatto vero, fatto sta che si racconta che la donna di un paese del versante del Fortore (molisano) si presentò un giorno alla dogana del porto napoletano, il grande porto da cui partivano la maggior parte dei nostri emigranti, con un gran cesto di fichi : freschi , gonfi, bianchi.

    I doganieri trasecolarono e le chiesero dove mai volesse portare quella merce e questa, cavando dal petto un foglio consunto, fece leggere loro una lettera della sorella, scrittale da New York in cui si diceva : “cara sorella mia, che fai in quello sperduto paesello, vieni qua perché con la “fi…” qui si fanno miliardi”.

    E allora la poveretta diceva candidamente ai doganieri che se con una “fi..” si facessero miliardi, figuriamo cosa potesse farsi con un cesto di fichi di quella bellezza.

    Altrettanto belle furono Libertango, Maria di Buenos Aires, Soledad, Adios Nonino, Milonga del Angel e tante altre.

    Fu un uomo prodigioso, Astor, per quantità e bellezza delle sue opere, mori’ abbastanza giovane, nemmeno 70 enne a Buenos Aires, dove i cittadini gli dedicarono in una delle piazze una statua importante.

    Visse tutto il mondo di Peron, di Evita, dei desaparecidos, insomma di tutta l’Argentina fatta di steppe, di grandi pascoli, delle pampas, dove anche chi scrive ha dei ricordi struggenti, per avere il padre suo cavalcato quelle contrade, in cui la miseria, comunque, trionfava sovrana.

    di Franco Cianci

     

    Sostieni la stampa libera, anche con 1 euro.