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martedì 14 Luglio 2026
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Radicalmente Festival, Nichi Vendola: «Nelle politiche di bilancio quanto conta la dignità di un luogo o di una persona?»

Non in superficie. Non a metà, ma nel profondo, dove le cose cambiano davvero. E' questa la definizione della parola radicalmente, da dizionario. Basta saper leggere, poi magari anche comprendere. Ed è il nome scelto per il festival…

Non in superficie. Non a metà, ma nel profondo, dove le cose cambiano davvero. E’ questa la definizione della parola radicalmente, da dizionario. Basta saper leggere, poi magari anche comprendere. Ed è il nome scelto per il festival che ha trasformato l’Alto Molise e Castel del Giudice in particolare in un vero e proprio villaggio letterario, con grandi firme del giornalismo e della cultura del panorama nazionale che hanno offerto spunti di riflessione e confronto sui grandi temi della contemporaneità. Il limite, fisico e mentale, la povertà, lo spopolamento, la giustizia sociale, le discriminazioni, la rarefazione dei servizi di cittadinanza, il destino delle aree interne, la necessità di un processo di rigenerazione e di rinascita delle “terre alte” dell’Appennino.

Sono stati solo alcuni dei temi toccati e approfonditi da personalità e intellettuali, tra i quali Domenico Iannacone, Concita de Gregorio, Michela Ponzani, Nichi Vendola, Giulia Della Cioppa, Billy Costacurta, Vittorio Rubino, Filippo Graziani figlio musicista del grande e indimenticato Ivan. Perché il primo passo verso il cambiamento, per prendere qualsiasi decisione, anche politica e strategia, è la consapevolezza. E la consapevolezza è data solo dalla conoscenza, che «costa fatica», come ha ricordato la giornalista Concita de Gregorio, ma è l’unico strumento per essere cittadini liberi, o almeno per avere la determinazione di credere che sia più o meno così. Cultura e partecipazione, anzi, cultura è partecipazione, o anche cultura della partecipazione. I concetti sono questi, armi della mente e delle coscienze. “Radicalmente umani” è stato il talk proposto dal giornalista ospite della rassegna Domenico Iannacone, autore di “Che ci faccio qui”. Le storie, quelle personali, compongono il complicato puzzle della storia di intere comunità.

«Non mi interessa tanto fare inchieste giornalistiche, piuttosto fare inchieste che definisco di tipo morale. – ha spiegato Iannacone – Racconto quindi le vicissitudini, le storie dei singoli, i diritti negati. Spesso, soprattutto sui giornali nazionali, si raccontano e si dà spazio ai bisogni e alle necessità delle grandi metropoli, mentre sono le aree interne ad essere la vera spina dorsale del Paese. E’ evidente che queste zone considerate marginali abbiano bisogno di una nuova narrazione, ma anche e soprattutto di una contro-narrazione. La sensazione comune è che le aree interne sono quelle che non possono offrire nulla in termini di opportunità; invece dobbiamo andare a cercare le cose che ancora sono vive, perché attraverso queste, i territori possono rinascere».

Un po’ quello che ha rimarcato anche Gianmarco Cenci, che in collegamento da Torino, ha invitato il pubblico a «guardare il limite da una prospettiva diversa». Perché il margine non è solo un problema o un ostacolo, ma anche una opportunità, un laboratorio di idee e anche di possibili sperimentazioni per una nuova formula delocalizzata di cittadinanza consapevole e attiva. In chiusura della prima giornata del festival il campione di calcio e oggi commentatore sportivo Billy Costacurta ha parlato dell’importanza dello sport quale strumento di aggregazione e anche di rilancio non sempre e solo nelle città, ma anche nei piccoli centri montani dell’Appennino, quella “terra di mezzo” o quella “montagna abitata” di cui parlano gli accademici e gli intellettuali. E ancora la presentazione del libro “La Mancina” di Giulia Della Cioppa e la storica Michela Ponzani che ha presentato “Giovani, liberi, partigiani. Storie di ragazze e ragazzi in lotta per un futuro migliore”, quel futuro migliore che è necessario inseguire ancora oggi, anche in Alto Molise.

Nichi Vendola, scrittore, politico e poeta, insieme a Luciana Petrocelli, mente e cuore del festival, ha insistito sul potere delle parole, «capaci di mescolare poesia, diritti ed identità», aprendo uno sguardo lucido sulle sfide del nostro tempo. «Castel del Giudice è un esempio virtuoso di quello che potrebbe essere tanta parte del Molise e del Sud Italia più in generale. – ha spiegato Nichi Vendola ai cronisti locali – Il governo di destra ha invece emanato una specie di sentenza di condanna a morte per le aree interne, che dovrebbero avviarsi a cronicizzare la loro agonia. Mentre si fa tanta retorica sull’italianità, si dimentica che il Paese si fonda sulle aree interne, sui piccoli Comuni, sul loro incanto, sulla loro storia e sull’economia locale, sulle tradizioni e le culture, che sono un deposito prezioso di ricchezza e che andrebbe valorizzato.

In un’epoca in cui le grandi metropoli scoppiano, letteralmente, in una dimensione apocalittica quasi, distopica, abbiamo la necessità di ripartire dalle aree interne. Abbiamo il problema drammatico dell’inverno demografico, mentre abbiamo dei buffoni che invocano la remigrazione, la cacciata dei migranti, dimenticando che ci sono, ad esempio, due milioni di badanti, a cui affidiamo le chiavi di casa e la protezione dei nostri cari più anziani e fragili; dimenticando che sono proprio i migranti che fanno andare avanti la nostra agricoltura e una parte delle fabbriche. Il tema è quello di costruire un’accoglienza che metta al bando caporalato, mafia e illegalità. Rispetto a questi temi le aree interne potrebbero essere un punto prezioso, una vera calamita per sperimentare nuove forme di accoglienza e restituire futuro anche ai piccoli centri oggi abitati solo dai pochi anziani rimasti. Dovremmo ragionare nella prospettiva di dare vita e fiato a questi territori e anche all’umanità più dolente, invece viviamo in una logica di morte. Investire invece sulla cultura, sulla rigenerazione, sulla bellezza e sulla memoria, può generare anche un valore economico e certamente un valore civile».

La piazza panoramica dell’albergo diffuso Borgotufi di Castel del Giudice, che si affaccia sui boschi e i monti dell’Appennino molisano e abruzzese, ha quindi celebrato la bellezza del pensiero che risveglia e scuote le coscienze, offrendo una visione che privilegia il rumore della parola e della rivendicazione, della resistenza persino, al silenzio dell’accettazione di un destino scritto da altri, nei palazzi del potere romano, ma inaccettabile e irricevibile per le “terre di mezzo”.

«La rivoluzione neo liberista, – ha continuato Vendola – ha avuto due effetti catastrofici, l’aziendalizzazione della sanità e dell’istruzione. In linea di principio siamo di fronte ad una catastrofe culturale che poi diventa una catastrofe sociale. E invece va capovolta la logica. Nelle politiche di bilancio quanto conta la dignità di un luogo, di una persona, la dignità di un bambino, del suo diritto al futuro?». «La società democratica si fonda su due pilastri, – ha aggiunto Concita de Gregorio – la sanità e la scuola. Infatti lo spopolamento delle aree interne è conseguenza della sistematica destrutturazione di scuola e sanità; è una conseguenza naturale».

Due giorni di parole e di pensiero, perché sono proprio le parole che alimentano il pensiero e viceversa, un itinerario della ragione e delle passioni che ha il suo orizzonte nel bisogno di fraternità, nel riconoscimento della ricchezza della diversità, nell’urgenza politica della lotta per l’eguaglianza a prescindere da dove si sia nati o dove si abbia la residenza. Una cittadinanza che non sia altimetrica, limitata e amputata dalla distanza dal livello del mare o dai chilometri che separano dalle città accentramento di servizi, ma che sia piena, libera, uguale e garantita. E per garantirla, così come dice la Costituzione, bisogna assicurare i servizi, banalmente.

Lo ha ricordato proprio il giornalista Iannacone: «Se noi chiudiamo i reparti ospedalieri che salvano la vita stiamo togliendo valore alla stessa persone che deve essere curata e lo stiamo facendo solo perché dobbiamo sistemare un debito che non è stato ripianato dopo più di quindici anni di commissariamento. Se facciamo questo e non ci occupiamo delle strade e delle vie di comunicazione è chiaro che come regione restiamo tagliati fuori. Eppure il potenziale c’è, sia materiale che immateriale. I giovani che si formano e poi vanno via lasciano il territorio privo di una forza rigenerante. E se ne andranno anche i loro genitori, perché non potranno essere curati in Molise. Castel del Giudice è un luogo “salvato”, ma in regione la parola chiave deve essere progetto, progettare».

E Castel del Giudice di progetti in cantiere ne ha tanti, proprio a dimostrare scientificamente, empiricamente, che lo spopolamento e l’abbandono non sono ineluttabili, fenomeni irreversibili e inevitabili, ma causati da politiche miopi di marginalizzazione, di discriminazione, di interruzione sistematiche di pubblici servizi, a cominciare da quelle sanitari. Il “Radicalmente Festival”, diretto dalla studiosa e consigliere comunale Luciana Petrocelli e promosso dal Centro Studi Casa Frezza in collaborazione con il Comune di Castel del Giudice, ha dimostrato, ancora una volta, che sui monti dell’Appennino c’è una comunità, ci sono cittadini pronti a difendere i propri diritti contro ogni logica castrante basata solo sui numeri e le ristrettezze del bilancio.

E accanto a quella comunità c’è un manipolo di intellettuali e di pensatori che usano il pensiero e la parola per riaffermare ciò che dovrebbe essere ovvio e un dato ormai assodato, e cioè che si è tutti uguali e si ha diritto, ovunque, agli stessi servizi, alle stesse opportunità. E se ci sono degli ostacoli alla effettiva uguaglianza e alla giustizia sociale, questi vanno rimossi, perché così è scritto anche nella Costituzione. Non in superficie. Non a metà, ma nel profondo, dove le cose cambiano davvero. Radicalmente, appunto.

Francesco Bottone

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