• Editoriale
  • Referendum, come sarebbe bello se imparassimo tutti a dire sì!

    Ma siamo seri! E non più i soliti italiani anarcoidi e masochisti, abituati da sempre a criticare per partito preso chi comunque si sforzi di fare qualcosa per non restare nel melmoso pantano dove “tutto cambia per restare sempre uguale”.

    Un referendum istituzionale-costituzionale che in qualche modo – la perfezione non esiste! – diminuirà i costi della politica, abbrevierà decisamente i tempi (fino ad ora biblici) dell’iter delle leggi, semplificherà l’esagerato e anacronistico sistema burocratico-politico che da settant’anni costringe il nostro malandato paese a inseguire le altre democrazie occidentali più agili, più efficienti, più concrete della nostra.

    C’è qualcosa che non va, che ci impedisce finalmente di dire SI?

    Perché tergiversare ancora, cercare a tutti costi i puntini sulle i, questionando pedantescamente sui minimi particolari, quando la storia – passata e presente –  ci impone ormai un cambiamento di passo per risolvere i tanti problemi che affliggono la nostra società?

    Da decenni tutti – destra, centro e sinistra – si lamentano per l’endemica lentezza delle nostre istituzioni che, nonostante sopradici tentativi – chi non ricorda quelli del 1983 e del 1992, fino alla “Bicamerale“ inaugurata il 5 febbraio 1997? – continua a rallentare il processo evolutivo del “sistema Italia”.

    Ciononostante assistiamo a una ridda confusa e confusionaria – alimentata spesso più dalla spasmodica ricerca dell’audience che da una equilibrata ragionevolezza –  di dichiarazioni pubbliche, articoli di stampa, trasmissioni televisive che, politicizzando in modo eccessivo quella che dovrebbe essere una pacata e responsabile scelta dei cittadini, finisce per influenzare negativamente l’opinione pubblica.

    Non penso tanto alla destra – che non potrebbe fare altrimenti, se non altro per il gusto di essere contro a prescindere – e ai vari personaggi ormai quasi comici come Berlusconi, Brunetta, Santanchè, e via dicendo o ai populisti alla Salvini & C, che incitano al NO con l’unico scopo di dichiararsi comunque e sempre contro un governo a loro avviso.

    In fondo “destra” significa “conservazione”, in poche parole: lasciare il mondo hegelianamente così com’è, considerando come negativo ogni cambiamento, soprattutto se fatto e pensato dal “nemico”.

    Quelli che proprio non capisco (con tutta la buona volontà) sono i “barricaderos” della cosiddetta sinistra dem, i vari Bersani, Civati, Speranza, Fassina & C – per non parlare dell’innominabile D’Alema – che, per motivi di visibilità o di personale insoddisfazione dovuta per lo più a forme di psicanalitica inadeguatezza, e nonostante alcuni di loro avessero già votato a favore a suo tempo nelle apposite sedi parlamentari, si ostinano a fare da bastian contrari per il semplice gusto di criticare comunque e a prescindere.

    Senza rendersi conto che in tal modo non si fa altro che imbarazzare e dividere il malandato “popolo della sinistra” che rischia così di perdere definitivamente la propria stessa identità per aprire poi la strada al campo avversario. Che poi non è altro che il tipico populismo, ignorante e pilotato, di chi vuole solo contestare senza se e senza ma, delegando a chissà quale deus ex machina i problemi che affliggono il nostro malandato paese.

    Siamo allora di fronte ancora una volta alla cronica tendenza al suicidio della sinistra che in tal modo tradisce la sua vera  mission: quella di traghettare il mondo verso la vera civiltà, quella dell’essere e non dell’avere.

    Mentre le sinistre dem di ogni epoca e di ogni paese (dal giacobinismo estremo della rivoluzione francese al socialismo radicale nell’età giolittiana, dal leninismo del partito unico alle dispute interne nel biennio rosso del primo dopoguerra in Italia che aprì poi le porte al ventennio fascista, fino alle spaccature interne che nel 1946 portarono alla vittoria la Democrazia Cristiana nonostante avesse ricevuto meno voti dei due partiti di sinistra presentatisi però al voto separati) per la propria esasperata convinzione di possedere la verità assoluta hanno finito per provocare disastri ben peggiori di ogni pur scontata previsione. Per non parlare delle cadute dei due governi Prodi: una nel 1998 per il mancato appoggio di Rifondazione Comunista e l’altra nel 2008, per il mancato appoggio – tra gli altri – del progressista Franco Turigliatto.

    E che dire allora, parlando delle vicende nostrane, della divisione in due liste separate dei Democratici per Agnone che, perdendo in tal modo le elezioni comunali del 1999, provocarono l’interruzione del processo riformatore iniziato con la giunta Paolantonio, o delle recentissime vicende che hanno provocato (soprattutto per i soliti e spesso banali dissidi interni alla sinistra) la non rielezione della lista “Nuovo sogno agnonese” capeggiata da Michele Carosella?

    Insomma, vogliamo proprio farci del male?

    O lasciarci condizionare ancora una volta dai machiavellismi tipici dell’italica “ars politica”, dei quali poi pentirci quando ormai la cosa è fatta e aspettare altri vent’anni per riprendere in mano ciò che potrebbe essere risolto oggi?

    Pensiamoci bene, allora, prima di ritrovarci attoniti a leccarci le ferite!

    di Francesco Paolo Tanzj

     

     

     

     

     

     

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