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venerdì 12 Giugno 2026
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Lasciti, ritardi e svolte decisive: 74 anni fa nasceva l’ospedale di Agnone. Una storia che burocrati e nullafacenti vogliono cancellare

Il 3 gennaio 1952 segna la data ufficiale di nascita dell’ospedale di Agnone. A ricordarlo, nel 2002, fu il senatore Remo Sammartino, richiamando l’intervento del ministro della Sanità Camillo Giardina alla Camera dei Deputati, quando furono elencati gli…

Il 3 gennaio 1952 segna la data ufficiale di nascita dell’ospedale di Agnone. A ricordarlo, nel 2002, fu il senatore Remo Sammartino, richiamando l’intervento del ministro della Sanità Camillo Giardina alla Camera dei Deputati, quando furono elencati gli istituti pubblici di ricovero sorti in quegli anni. Ma quella data rappresenta soltanto l’ultimo capitolo di una vicenda iniziata molto prima, tra promesse, ostacoli e lunghe attese. Nel 1962, la struttura celebrò il suo primo decennale. In quell’occasione, il 2 maggio, fu collocata all’ingresso principale una lapide commemorativa per volontà dello stesso Sammartino, a testimonianza di un traguardo raggiunto dopo decenni di tentativi. Le origini della storia risalgono al 4 dicembre 1877, quando il chirurgo e professore Feliceandrea Sabelli dispose nel suo testamento un lascito vincolato: la costruzione di un ospedale per i poveri di Agnone.

In caso contrario, il patrimonio sarebbe stato destinato agli Incurabili di Napoli, dove il medico aveva prestato la propria opera assistendo numerosi malati. Il testamento era esplicito: la proprietà, dopo l’usufrutto alla signora Maria Paradiso, sarebbe dovuta passare alla Congrega di Carità di Agnone “con l’obbligo di mettere un ospedale per i poveri”. Alla morte di Sabelli, avvenuta a Napoli nel 1890, e successivamente della Paradiso, la Congrega – presieduta da Enrico Marinelli, figura stimata in città – entrò in possesso del lascito. Da quel momento iniziò una lunga fase di incertezze. Si discusse a lungo se adattare strutture esistenti o costruire un nuovo edificio.

Tra le ipotesi, l’ex asilo d’infanzia della Congrega, per il quale fu incaricato l’ingegnere Ciro Carlomagno di redigere un progetto di ampliamento. La proposta, costosa e tecnicamente carente, non convinse le autorità. Parallelamente, il dottor Alfonso Savastano avanzò l’idea di costruire l’ospedale in località Maiella, su un terreno pianeggiante e ben esposto di circa 5000 metri quadrati donato da Francesco Tamburri. La proposta trovò consenso tra cittadini e medici, ma non venne accolta. Un ulteriore tentativo fu affidato al professor ingegnere Federico Sabelli, che scartò l’ipotesi Maiella proponendo invece la trasformazione dell’ex monastero di San Bernardino. Anche questo progetto naufragò: nel 1923 la Giunta provinciale Amministrativa non approvò la spesa e l’ingegnere rinunciò all’incarico.

Nel frattempo, lo stesso complesso venne destinato a seminario estivo diocesano, utilizzando – tra le polemiche – proprio le rendite del lascito Sabelli. Nel dicembre 1923 la Congrega fu sciolta e, nell’agosto 1924, ricostituita con un nuovo consiglio presieduto dal geometra Manfredi d’Agnillo. La nuova amministrazione fissò obiettivi chiari: limitare le elargizioni, accantonare le rendite del lascito e adempiere finalmente all’obbligo di costruire l’ospedale. Furono scartate diverse soluzioni, tra cui l’ex asilo in corso Garibaldi, un palazzo in via Gioberti e il palazzo Tamburri in largo San Marco. Nonostante l’assenza di risultati concreti, a questa amministrazione va riconosciuto un merito decisivo: l’acquisizione del terreno lungo l’Istonia, donato dai concittadini emigrati in Argentina Gaetano Piccione e Raffaele Sammartino. Su quell’area sarebbe sorto, anni dopo, l’attuale ospedale San ‘Francesco Caracciolo’. Nel 1925 la Congrega bandì un concorso di progettazione riservato a ingegneri agnonesi. Parteciparono Alessandro Marinelli e Mario Borsella. La commissione esaminatrice, presieduta dall’illustre ingegnere Rodolfo Gamberale, con Enrico Vallini ed Emilio Albacini del Policlinico di Roma, assegnò il primo premio al progetto di Borsella.

Tuttavia, nuove divergenze economiche bloccarono l’iter: la richiesta di compensi per le modifiche progettuali non fu accolta e tutto si arenò nuovamente. Con la successiva nomina del commissario Giovanni Sabelli, la gestione del lascito si fece poco trasparente, suscitando critiche anche sulla stampa locale. Nel 1937, il fondo ammontava a oltre 455 mila lire, ma l’ospedale restava ancora sulla carta. Un ritardo che rappresentò, secondo molti, un tradimento della volontà del benefattore e la perdita di ulteriori donazioni vincolate. Una svolta si ebbe nello stesso anno con la legge del 3 giugno 1937: il patrimonio passò all’Ente Comunale Assistenziale. Il podestà Giuseppe Marinelli propose inizialmente l’acquisto del palazzo Tamburri, ma successivamente indicò la costruzione ex novo sul terreno lungo l’Istonia.

Furono stanziate 400 mila lire e affidato l’incarico progettuale all’ingegnere comunale Ciro Carlomagno. I lavori iniziarono, ma le risorse si rivelarono insufficienti: si riuscì a realizzare soltanto le fondamenta e il primo piano. Eppure, oltre al lascito Sabelli, erano disponibili ulteriori fondi vincolati, tra cui le donazioni di Francesco Pannunzio, Ascenzo d’Onofrio e Umberto di Lollo, che sarebbero state sbloccate solo a ospedale funzionante. La ripresa definitiva avvenne nel 1948 grazie all’impegno dell’onorevole Remo Sammartino, che ottenne dallo Stato 25 milioni di lire per completare l’edificio. La struttura venne ultimata con due piani e servizi annessi: nei sotterranei cucine e depositi; al primo piano medicina, pronto soccorso e farmacia; al secondo piano chirurgia e sala operatoria. La capienza prevista era di 50 posti letto, ampliabili a 70. Finalmente, il 3 gennaio 1952, l’ospedale entrò in funzione.

Erano trascorsi più di cinquant’anni dalla volontà espressa da Sabelli. Negli anni successivi la struttura divenne un presidio fondamentale per l’Alto Molise e l’Alto Chietino, venne ampliata con nuovi edifici e nel 1974 fu avviata la realizzazione di un terzo piano. Tuttavia, scelte politiche successive portarono alla costruzione incompiuta di una nuova struttura in località Castelnuovo: un imponente scheletro in cemento armato, mai terminato e oggi abbandonato. Alternativa mai realizzata fu quella proposta da Sammartino in località “casino Bonavolta”. Oggi, mentre l’ospedale storico è fortemente ridimensionato e a rischio chiusura, resta il peso di una storia complessa. Una vicenda fatta di generosità, ritardi, errori e determinazione, che continua a interrogare il presente di Agnone.

Mauro Salzano

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