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lunedì 15 Giugno 2026
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Il silenzio che uccide: così muore un ospedale, così si spegne un territorio

Certe notizie non dovrebbero mai arrivare da un post sui social. Certe decisioni non dovrebbero essere annunciate durante una messa. Eppure è esattamente ciò che starebbe accadendo ad Agnone. Le parole riportate da Mauro Marinelli, uomo delle istituzioni…

Certe notizie non dovrebbero mai arrivare da un post sui social. Certe decisioni non dovrebbero essere annunciate durante una messa. Eppure è esattamente ciò che starebbe accadendo ad Agnone.

Le parole riportate da Mauro Marinelli, uomo delle istituzioni che per quarant’anni ha servito lo Stato indossando la divisa della Polizia e che oggi continua a essere un punto di riferimento per il mondo del volontariato e dell’associazionismo, hanno il peso di una sentenza: dal 1° luglio niente più ricoveri all’ospedale Caracciolo e dimissione di tutti i pazienti attualmente assistiti nel reparto di Medicina.

Se questa notizia dovesse trovare conferma ufficiale, non saremmo davanti all’ennesimo taglio o all’ennesima riorganizzazione. Saremmo davanti all’atto finale. Alla chiusura sostanziale dell’ultimo presidio sanitario di un territorio già martoriato dallo spopolamento, dall’isolamento infrastrutturale e dall’abbandono politico.

Perché è inutile girarci intorno. Quando un ospedale smette di ricoverare, smette di curare. Quando un reparto di Medicina viene svuotato, si spegne il cuore stesso di una struttura sanitaria. E quando si toglie a un’area montana il diritto ad avere cure adeguate e tempestive, non si colpisce soltanto la sanità: si condanna un’intera comunità.

Il Caracciolo non è un edificio. Non è una voce di bilancio. Non è una casella da spostare nei piani di rientro.

È una storia lunga 74 anni.

È il luogo dove generazioni di cittadini dell’Alto Molise, dell’Alto Vastese e delle aree interne hanno trovato assistenza, sicurezza e speranza.

È il simbolo di una presenza dello Stato in territori che troppo spesso vengono ricordati soltanto durante le campagne elettorali.

Per anni ai cittadini è stato chiesto di resistere.

Hanno resistito.

Hanno manifestato.

Hanno riempito le piazze.

Hanno sfilato nei cortei.

Hanno appeso lenzuola bianche ai balconi.

Hanno raccolto firme.

Hanno minacciato ricorsi.

Hanno creduto alle rassicurazioni, alle promesse, agli impegni solenni pronunciati davanti alle telecamere.

Oggi il risultato rischia di essere sotto gli occhi di tutti: proteste ignorate, promesse evaporate, territorio tradito.

La domanda che le istituzioni devono avere il coraggio di affrontare è semplice: chi si assumerà la responsabilità di questa scelta?

Chi spiegherà agli anziani delle aree interne che per una visita urgente o un ricovero dovranno affrontare decine e decine di chilometri?

Chi dirà alle famiglie che il diritto alla salute vale meno perché vivono in montagna?

Chi avrà il coraggio di guardare negli occhi i cittadini e spiegare che l’articolo 32 della Costituzione, quello che tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo, ad Agnone vale meno che altrove?

Perché questo è il punto.

Non si sta discutendo di numeri.

Non si sta discutendo di statistiche.

Non si sta discutendo di algoritmi ministeriali.

Si sta discutendo di persone.

Di malati.

Di anziani.

Di emergenze.

Di vite umane.

Ogni volta che un servizio pubblico scompare dalle aree interne, si racconta che è inevitabile. Che mancano le risorse. Che servono razionalizzazioni. Che bisogna guardare al futuro.

Poi però il futuro arriva davvero.

E quel futuro si chiama spopolamento.

Si chiama fuga dei giovani.

Si chiama desertificazione sociale.

Si chiama morte lenta di un territorio.

La possibile chiusura dei ricoveri al Caracciolo non rappresenterebbe soltanto la fine di un reparto. Sarebbe il simbolo di una resa dello Stato davanti alle comunità dell’entroterra.

Per questo non bastano più le rassicurazioni generiche. Non bastano più le dichiarazioni di circostanza. Non bastano più i comunicati.

I cittadini hanno diritto a sapere immediatamente se quanto annunciato corrisponde al vero.

La Regione Molise, la struttura commissariale, l’Asrem e tutti i livelli istituzionali coinvolti hanno il dovere di parlare con chiarezza.

Subito.

Perché il silenzio, in questa vicenda, sarebbe ancora più grave della notizia.

E perché un ospedale può essere svuotato in poche settimane.

Ma la fiducia di un popolo tradito rischia di non essere recuperata mai più.

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